Amnistia o indulto: a cosa serve il Decreto carceri? Parla Cancellieri

Letizia Pieri 11/07/13
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Il crocevia tra amnistia e indulto, per risolvere l’emergenza carceri nel nostro Paese, sembra destinato a sbrigliare le rispettive intersezioni. L’indulto, congiuntamente alla grazia, è disciplinato dall’articolo 174 del Codice Penale e “condona in tutto o in parte la pena inflitta, o la commuta in un’altra specie di pena stabilita dalla legge. Non estingue le pene accessorie (…) e neppure gli altri effetti penali della condanna”. Il provvedimento ha carattere di indulgenza generale e differisce dall’amnistia perché si limita ad estinguere in tutto o in parte la pena principale, come specificato dal testo penale, condonandola o commutandola in altra specie, non giungendo dunque ad estinguere le pene accessorie (salvo che la legge di concessione non disponga altrimenti) e, ancor più rilevante, lasciando sussistere gli altri effetti penali della condanna. Lo strumento dell’amnistia, al contrario, estingue completamente il reato. Prevista dall’articolo 151 del Codice Penale, essa infatti “estingue il reato e, se vi è stata condanna, fa cessare l’esecuzione di questa e le pene accessorie”.

Al di là dell’assimilabile natura di clemenza, tra i due provvedimenti ‘eccezionali’, è l’amnistia a pesare indiscutibilmente di più rispetto all’indulto, stimolando con più facile frequenza reazioni di scandalo tra la gente comune. Per far fronte concretamente al problema del sovraffollamento, che relega le carceri nostrane entro livelli giudicati ‘incivili’ dalla Corte europea dei diritti dell’uomo, il ministro della Giustizia, Annamaria Cancellieri, torna ad invertire rotta sull’amnistia. “Sarebbe molto utile, –ha dichiarato al riguardo il ministro durante un’intervista rilasciata a Radio Vaticana- “però c’é un discorso politico dietro all’amnistia e questo io lo lascio fare al Parlamento che dovrà fare le sue valutazioni. Per quanto ci riguarda, naturalmente, un alleggerimento della pressione della popolazione carceraria sarebbe molto utile”. Le parole del capo del Dicastero della Giustizia non suonano nuove. La situazione detentiva italiana sta rasentando livelli di inaccessibilità tali da riuscire a demolire ogni valenza rieducativa della pena, così come stabilita dalla stessa Costituzione.

Riuscire a far collimare, da un lato, l’interesse della società collettiva ad essere tutelata, e dall’altro, la necessità di punire il reo, predisponendo allo stesso modo uno scopo riabilitativo che possa davvero sfociare in una re-immissione societaria positiva e di conseguenza scongiurare la recidiva, è diventato negli anni uno dei compiti più ardui per tutte le classi dirigenti del Paese. In merito al provvedimento sulle pene alternative, il Guardasigilli ha scongiurato la possibilità di far uscire dal carcere soggetti valutati come pericolosi: il Ddl guarderà più al versante delle entrate. I fulcri nodali del sovraffollamento rimangono infatti gli ingressi detentivi di quei soggetti, che vista la fattispecie delittuosa a carico e la brevità dello ‘stazionamento’ dietro le sbarre, potrebbero più adeguatamente essere “titolari di misure alternative”. Sull’emergenza-carceri, il ministro ha ribadito la predisposizione concreta di una “strategia a 360 gradi” capace di operare contestualmente su diversi versanti. “Intanto -ha precisato Cancellieri- sul versante normativo con questo decreto, che è servito ad una prima azione, stiamo facendo una rivisitazione di tutte le norme penali, con un’importante azione di depenalizzazione cui procederemo in modo che cambierà molto anche il tipo di pena e tutto quello che ad essa è connesso”.

“D’altro lato stiamo, invece, provvedendo a riorganizzare le carceri su tutto il territorio nazionale, cercando di coprire i posti che ci mancano, anzitutto con una serie di opere nuove”. Tra queste, la cui realizzazione ha come tetto massimo un anno, spicca la ‘liberazione’ di “12 mila nuovi posti, oltre ad altri 5-6 mila” direttamente ricavabili dalla ristrutturazione di istituti carcerari già esistenti. Il ministro Cancellieri ha poi riservato parole di elogio nei riguardi degli agenti della polizia penitenziaria, una categoria, questa, che da anni si vede costretta ad operare in condizioni estremamente depauperate, vista la riduzione all’osso dell’organico, per lo più, all’interno di contesti già di per sé duri e delicati da gestire. Gli agenti penitenziari “svolgono un lavoro preziosissimo. -ha sottolineato il Guardasigilli- Poi che i ruoli siano adeguati alle esigenze, credo che vada rivisto in un’ottica di riorganizzazione anche del sistema carcerario. Occorre investire molto sugli strumenti informatici, affinchè liberino le guardie carcerarie da tante incombenze. Occorre intervenire sulle strutture, che rendano meno faticoso il loro lavoro. C’é tutta una serie di cose, per la quale poi un calcolo di carenza o meno di organico si potrà fare soltanto quando tutto il progetto sarà definito”.  In un tempo in cui il problema dei detenuti è stato relegato da molti ai margini delle priorità nazionali, è opportuno ricordare che il bene di una società parte sempre dalla capacità di offrire strumenti di integrazione (e talvolta rieducazione) a chi invece ne è privo.

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