Un anno di tempo, questo il limite massimo concesso al nostro Paese dalla Corte europea dei diritti dell’uomo per trovare soluzioni reali al gravoso problema del sovraffollamento carcerario. La Corte europea ha respinto infatti la richiesta presentata dal governo italiano per sottoporre alla Grande Camera del ricorso Torreggiani, il riesame della sentenza emessa lo scorso 8 gennaio dai giudici di Strasburgo, contro il sovraffollamento carcerario. Il ricorso, respinto, avanzato dal governo contrastava con la sentenza,  divenuta oggi definitiva, attraverso cui Strasburgo ha sottolineato la grave situazione imposta ai detenuti italiani, relegati in spazi eccessivamente ridotti, stipati come animali senza sufficienti condizioni igieniche e sanitarie. Nella sentenza, la Corte non  ha usato mezzi termini: violazione dei diritti umani è il reato contestato all’Italia nei confronti dei carcerati, la concreta inosservanza di diritti costituzionalmente inviolabili anche per chi, costretto da una pena, vive dietro le sbarre. Oggi il nostro Paese è stato definitivamente messo all’angolo, la sentenza europea costringe infatti l’Italia a raggiungere, entro un anno, l’appianamento del problema ‘sovraffollamento’, oltre che l’introduzione di un sistema di risarcimento per quei detenuti che ne sono rimasti vittime.

La causa Torreggiani e altri, nello specifico, contesta il trattamento a cui sono stati sottoposti nella prigione di Busto Arsizio, provincia di Varese, e in quella di Piacenza, sette carcerati per i quali ora il governo è tenuto a versare un risarcimento complessivo di 100mila euro. Ai fini del rispetto e del mantenimento della dignità umana, ha sottolineato la Corte nel pronunciamento di inizio anno, ogni istituto detentivo deve poter assicurare a ciascun individuo recluso, quale spazio minimo disponibile, almeno tre metri quadrati. Gli istituti penitenziari nostrani contrastano pressoché in toto con il principio sancito dai giudici di Strasburgo. Stando alle recenti indicazioni offerte dal ministro della giustizia Anna Maria Cancellieri, durante una seduta in Parlamento, le cifre che attestano numericamente le presenze carcerarie in Italia continuano a fare impressione. Alla data del 15 maggio 2013, la presenza complessiva conta 65.891 detenuti, di cui 23mila  stranieri e 18.821 eccedenti rispetto alla capacità di capienza normativamente prevista per le 206 sedi dislocate lungo la penisola. Sono 24.691 i carcerati in attesa di giudizio: indagati o imputati sotto custodia cautelare. 40.118 sono invece quelli condannati, mentre 1.176 gli internati.

Proposte per chiudere definitivamente il triste capitolo del sovraffollamento sono state già avanzate da Donatella Ferranti (Pd) e Francesco Nitto Palma (Pdl), al vertice delle commissioni Giustizia di Camera e Senato. La “detenzione domiciliare e la messa alla prova sono iniziative di buon senso, ma non spostano per nulla l’impatto numerico” non nasconde scetticismo Patrizio Gonnella, presidente di Antigone, associazione politico-culturale per la tutela dei diritti e delle garanzie nel sistema penale. Secondo Gonnella il vero intervento risolutivo dovrebbe toccare il vertice dell’impianto e cioè consistere nella ridefinizione delle “leggi che producono carcerazione, come quella sulle droghe, l’immigrazione” o ancora “sulla recidiva e sulla custodia cautelare”. Qualunque sia il rimedio prospettato, resta salda un’unica costatazione: il solo modo per riportare il carcere, se mai lo è realmente stato, un luogo di rieducazione e reintegrazione sociale non è dato soltanto dalla risoluzione del dilemma del sovraffollamento, ma sarà la stessa valenza punitiva che dovrà essere ricostruita proprio a partire dal rispetto della dignità di chi la sconta.


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