Ogni anno il Centro studi della Fondazione CNI, pubblica un interessante documento che fotografa i risultati statistici relativi all’esame di abilitazione per le professioni di Ingegnere ed Architetto. L’ultimo report, uscito ad ottobre 2025, riporta i dati fino al 2024 e, raffrontando quelli degli ultimi 20 anni, mostra un crollo delle abilitazioni. Le reazioni sensazionalistiche date a questo tema si legano probabilmente anche alla ventilata riforma degli ordinamenti professionali, da tempo al centro del dibattito politico e tecnico. In tal senso, infatti, proprio a settembre 2025 il Consiglio dei ministri ha approvato il disegno di legge delega che punta, a 25 anni dal d.P.R. 328/2001 e a 13 anni dal d.P.R. 137/2012, ad una revisione organica del sistema di 14 professioni.
Ebbene, le richieste auspicate da CNI e CNAPPC, di seguito riportate per punti
- Modernizzazione: cioè un consolidamento della vigilanza del Ministero della Giustizia e del ruolo fondamentale degli Ordini come garanti della qualità e sicurezza per la società, oltre a proposte di riorganizzazione per favorire il ricambio generazionale, l’equilibrio di genere e l’uso di modalità telematiche;
- Riordino Competenze: con un aggiornamento e chiarimento dei confini delle competenze professionali ingegneristiche, specialmente nei settori industriale e dell’informazione;
- Valorizzazione del Progetto: con la centralità del ruolo dell’architetto, per un approccio più olistico e meno frammentato tra specializzazioni;
- Formazione Continua: con un’evoluzione della formazione per renderla sempre più aderente al progresso scientifico e tecnologico, anche attraverso un rafforzamento dei rapporti tra Ordini e Università;
- Equo Compenso: con parametri per i compensi professionali – attualmente regolati dal D.M. 17/06/2016 – aggiornati periodicamente dai Consigli Nazionali, d’intesa con il Ministero della Giustizia, e applicabili anche ai rapporti con i privati, diversamente da ciò che avviene ora con l’odierna norma dell’equo compenso;
- Innovazione: con un focus su intelligenza artificiale, tutela del paesaggio e del patrimonio storico-artistico;
- Accesso alla professione e Tirocinio: con l’introduzione del tirocinio professionale per facilitare l’ingresso dei giovani e semplificare l’Esame di Stato, andando forse anche oltre quanto già previsto dal Dpr 328/2001 per gli architetti, attraverso la proposta di tirocinio pratico-valutativo integrato nel percorso universitario e lauree abilitanti, per conseguire l’abilitazione contestualmente alla tesi;
non sembrano essere totalmente in linea con quelle che sono le effettive problematiche che emergono dall’analisi dello stato della formazione scolastica e universitaria. Le considerazioni che seguono sono infatti la conseguenza della mia personale esperienza universitaria e post-universitaria, unitamente a quella legata all’attività formativa quasi trentennale da me svolta per l’abilitazione professionale, prima per le professioni di Architetto, Pianificatore, Paesaggista e Conservatore, ampliata negli ultimi 15 anni anche per Ingegneri civili ambientali, che ha generato dal 2001 le pubblicazioni edite con Maggioli, GUIDA PRATICA ALLA PROGETTAZIONE e PRONTUARIO TECNICO URBANISTICO AMMINISTRATIVO, giunte ad aprile 2026 alla decima edizione.
Partendo dai grafici presentati dal report CNI, risulta evidente che il crollo delle abilitazioni è una costante dal 2003 fino al 2019 – fatto salvo un leggero recupero nel 2006 – probabilmente legato al fatto che la formazione universitaria non dà più gli strumenti e le conoscenze adatte rispetto alle prove d’esame. Altro dato che si può leggere, nel grafico riferito agli architetti, è che ciò avviene malgrado si sia ridotta, di anno in anno, la distanza tra il numero di iscritti e di abilitati, confermando quindi che le commissioni, dal 2003 al 2024, hanno diminuito notevolmente la severità di giudizio.
Comunque, solo gli anni della pandemia, cioè il 2020 e il 2021, con l’esame semplificato in prova unica orale a distanza, hanno visto un’inversione di tendenza, con una rilevante crescita di partecipanti e abilitati, per poi ritornare ad un calo sempre più marcato tra 2023 e 2024. I picchi di risalita dei grafici, coincidenti con il periodo pandemico, non danno credo adito a dubbi: la formazione scolastica e universitaria, e la successiva riforma degli ordini, divisi in sezioni e settori, con in parallelo la riforma degli esami di stato caratterizzata da un incremento delle prove, sembra essere la causa primaria di questa disaffezione.
Per altro, le ragioni che mi portano a tali conclusioni sono anche legate all’età di chi frequentò nel 2020 e 2021 i corsi di preparazione da me organizzati. In moltissimi casi si trattava di vecchi laureati già inseriti a vario titolo nel mondo del lavoro. Dopo un primo tentativo fallimentare, attuato all’indomani della laurea, in tanti mi confermarono che non lo avevano più provato successivamente, sia perché non ce n’era l’esigenza, ma anche perché non avevano la voglia di caricarsi di notevoli oneri che la preparazione richiedeva con un esame caratterizzato da molteplici prove, introdotte dal d.P.R. 328/2001. Solo di fronte ad un esame facilitato, in un periodo di chiusure e limitazioni, approfittarono della cosa per chiudere un cerchio e conseguire l’abilitazione.

Mi verrebbe da dire che mancanza di forza di volontà e di resistenza agli stress sia una caratteristica propria della società consumistica in cui oggi viviamo, dove sembra scomparso un sistema formativo meritocratico, con un decremento delle richieste di performance, a cui si aggiunge, come ulteriore pericolo, anche l’utilizzo indiscriminato della tecnologia e dell’AI, che certo non aiutano nell’allenamento delle facoltà mentali, generando quindi un livello prestazionale sempre più basso.
Il tema della disaffezione nei confronti dell’abilitazione professionale va ricercato quindi, innanzitutto nella scuola, che non forma più adeguatamente da decenni, cosa questa più volte denunciata anche a livello universitario in ogni facoltà umanistica e scientifica, ma che non ha assolutamente visto, fino ad ora, interventi di modifica a questa declinante tendenza.
Queste considerazioni si basano poi su un’analisi delle conoscenze medie acquisite dalla maggioranza dei laureati in architettura – su me stesso ad inizio anni 90 a fine corso di laurea e poi sugli studenti che si sono rivolti a me per il superamento dell’esame – che non sono particolarmente soddisfacenti, dato che la maggioranza non conosce le distinzioni tipologiche, oltre al complesso quadro delle normative urbanistico edilizie e della loro corretta applicazione; indici e parametri urbanistici, fondamentali nella progettazione urbanistica ed architettonica, sono praticamente sconosciuti. Non parliamo poi degli aspetti strutturali e tecnologici, sempre più dirompenti in una nazione dove le problematiche sismiche e il tema delle tecnologie all’avanguardia legate al risparmio energetico dovrebbero essere alla base del percorso universitario.
Ebbene, ciò che vidi su me stesso all’indomani della mia laurea, e che si replica ogni sei mesi con i miei studenti, oltre alle certificate rinunce all’abilitazione e agli alti numeri di bocciature, fanno pensare che andrebbe cambiata, con un’inversione di tendenza, scuola e università, e non facilitati i percorsi di accesso alle professioni.
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Non si comprende quindi perché il legislatore, che già nel lontano 2001 aprì alla possibilità di semplificazione delle esame per i laureati in architettura, eliminando la prova più difficile, cioè la prova progettuale a fronte di un tirocinio post laurea, ora possa pensare di ampliarla ad una platea ancora più estesa di futuri professionisti, o ancor peggio, introdurre le lauree abilitanti, senza tener conto dei risultati generali, piuttosto scadenti, e delle alte percentuali di non idonei, che caratterizza da tempo immemore l’esame di abilitazione.
Inoltre, il quadro descritto per le lauree che portano alla professione di architetto e sottosettori, comincia ad attecchire anche con le molteplici classi di laurea che portano alla professione di ingegnere civile ambientale – mi riferisco nella fattispecie ai laureati della classe di laurea civile ed edile architettura – perché anche tra loro le mancanze sono analoghe a quelle menzionate in precedenza. Non voglio poi menzionare, per carità di patria, i risultati di conoscenza delle lauree on line.
Quindi, tornando alla situazione odierna e al sistema delle lauree triennali e specialistiche, penso si possa affermare che tutto ciò ha avuto specifiche conseguenze anche sulle scelte di vita di molti laureati e sul mercato del lavoro, il cui bilancio, a quasi 30 anni dalla riforma universitaria e della successiva riforma degli ordini professionali, è secondo molti non particolarmente lusinghiero. Mi hanno colpito in tal senso qualche settimana fa le parole scritte su Zafferano news, settimanale on line, da Riccardo Ruggeri, relative allo stato odierno dell’università italiana, che qui riporto: “L’Università è allo stremo da decenni. Da quando ha accettato il 3+2 del modello anglosassone, ha assunto un ruolo ancillare rispetto al mercato. Scuola e Università servono per far promuovere tutti con un titolo che, è vero, fornisce un accesso privilegiato al lavoro, ma siamo ad anni luce dal ruolo di cuore o polmone o cervello della società stessa, che ha rivestito, nel bene e nel male, per tanti secoli di civiltà occidentale.”
Volendo poi analizzare anche aspetti più propriamente legati alla professione, sicuramente non hanno aiutato negli ultimi anni alcuni provvedimenti legislativi legati al mercato, come l’eliminazione di tariffari minimi, che, unitamente ad una normativa farraginosa e spesso incomprensibile, almeno in edilizia e urbanistica, generano notevole disaffezione rispetto a certe attività. Tra l’altro, la stessa suddivisione delle professioni in sezioni e settori, ha ulteriormente implementato i tecnici legati all’edilizia civile, dove le competenze si sovrappongono in una babele, all’interno della quale convivono architetti sez. A-B (con i sottosettori dei pianificatori, paesaggisti e conservatori), ingegneri civili ambientali sez. A-B, geometri e geometri laureati, periti, ecc. Credo che anche questo abbia generato uno spostamento verso mestieri più remunerativi e soddisfacenti, perché se unissimo il numero di iscritti ad Ordini e Collegi provinciali delle suddette professioni, rispetto al numero effettivo della popolazione, ci troveremmo ad avere come risultato teorico, probabilmente un tecnico a famiglia allargata.
Ecco quindi che, se le professioni tecniche, a fronte di impegno e capacità, non garantiscono più la messa in moto dell’ascensore sociale di un tempo, senza quindi adeguate soddisfazioni in termini sia economici che professionali, perché si dovrebbero avere tendenze di crescita su tali professioni?
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