Ormai, sembra che non abbiamo scelta: è necessario lo scoppio di uno scandalo perché le istituzioni si ricordino che la corruzione esiste e continua a bruciare risorse e le potenzialità di un intero Paese.

E’ successo negli anni e nei mesi scorsi, sta succedendo ancora. Le leggi vengono annunciate con squilli di tromba e fanfare, ma poi finiscono bloccate a lungo tempo nelle commissioni, preda del gioco contrapposto tra i vari schieramenti. Poi, non appena il sistema si sente in pericolo, quando alcune colonne dell’impalcatura che sorregge il regime di scambi, favori e regalie tra amministrazione, funzionari e politici iniziano a traballare, ecco che si batte un colpo.

Stavolta, il nome caldo è quello di Ercole Incalza, ex funzionario e dirigente di massimo livello del ministero dei Lavori Pubblici, arrestato su mandato della Procura di Firenze, insieme al braccio destro Sandro Pacella e agli imprenditori Stefano Perotti e Francesco Cavallo.


La rete che emerge dalle ricostruzioni dei pm è ormai il solito grumo di potere, appalti, fondi pubblici e malversazioni a cui, purtroppo, abbiamo abituato l’orecchio negli ultimi anni. In sintesi, Incalza avrebbe svolto il ruolo di dominus assoluto dei lavori pubblici di maggiore entità, arrivando a controllare un flusso di decine di miliardi su opere da nord a sud, che vanno dal Tav Milano-Verona, alla Salerno-Reggio Calabria, a Expo 2015, per costi gonfiati – a parere della Procura – di oltre il 40% e connesso sistema di tangenti. Di questi miliardi, secondo i pm, 25 sarebbe la stima di opere affidate alla ditta di Perotti, fedelissimo di Incalza, mentre il figlio del ministro delle Infrastrutture Lupi – oggi residente in America – veniva assunto per svolgere incarichi proprio presso la ditta dello stesso Perotti.

Insomma, una vicenda che imbarazza e non poco il governo Renzi il quale, non a caso, per tutta risposta, ha rispolverato dal cassetto, dopo una serie di ingiustificati rinvii, la legge anticorruzione, presentando finalmente l’emendamento che dovrebbe ripristinare il reato di falso in bilancio, con pene da 3 a 8 anni per le società quotate e da 1 a 5 per le altre. E ci si attende che torni in auge anche la proposta di riforma della prescrizione, da troppo tempo ferma ai box, ma su cui, fino a oggi, pendeva il veto proprio di Ncd, il partito del ministro Lupi.

Sulla reale volontà di approvare definitivamente questa legge, però, resta qualche dubbio, visto che viene puntualmente usata come il Maalox per calmare i bruciori di un’opinione pubblica schifata dalle ruberie di palazzo e dai soliti noti, intenti a spartirsi poltrone, denari e favori personali. Addirittura, nell’inchiesta che vede coinvolti Incalza e altri 50 indagati, si parla anche di un vestito di sartoria donato al ministro e un Rolex da 10mila euro in cadeau al figlio per la laurea conseguita al Politecnico di Milano con il massimo dei voti. Né Maurizio né Luca Lupi, comunque, risultano iscritti al registro dei pubblici ministeri, ma è evidente che l’esecutivo si sente ancora una volta all’angolo.

Era già accaduto al termine della scorsa estate quando, allo scoppio del caso Expo, con la magistratura che minacciava di bloccare il cantiere, facendo perdere definitivamente la faccia all’Italia di fronte alla comunità internazionale, venne issato al vertice della struttura di controllo sui bandi di gara legati all’evento milanese l’ex pm anticamorra e presidente Anac Raffaele Cantone, al quale, tramite un decreto approvato in Consiglio dei ministri, vennero ampliati i poteri di sorveglianza e controllo sulla filiera degli appalti in Expo, con tanto di doppia deroga al Codice dei contratti pubblici.

Allo stesso modo, volendo andare più indietro, il governo Monti nel 2012 reagì ai vari scandali nei consigli regionali – qualcuno ricorda Fiorito “Er Batman”? – portando in Parlamento una legge anticorruzione molto severa, che stabiliva criteri molto più rigidi per i rimborsi milionari piovuti nelle casse dei partiti nelle assemblee regionali.

Insomma, verrebbe quasi da dire: auguriamoci che scoppino nuovi scandali, così finalmente la politica aprirà gli occhi e prenderà le contromisure. Purtroppo, però, l’esperienza insegna che, una volta passata la tempesta tutto torna esattamente come prima, il sistema forma gli anticorpi e si rigenera. Nell’attesa, raramente delusa, che vengano a galla nuovi scandali, compiacenze e infiltrazioni per un circolo vizioso da cui, oggi, anche i più ottimisti faticano a vedere una scappatoia.

 


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