La violazione dei diritti umani costituisce sì un’azione eticamente deplorevole, ma allo stesso tempo si traduce in un’inammissibile profanazione della costituzionalità. Le carceri italiane da troppo tempo oramai sono attraversate da questa piaga. Più di 66mila detenuti, ad oggi, sono costretti a sopportare contingenze detentive aberranti e disumane. L’ingiustizia identitaria e sociale che queste persone vivono, rappresenta la diretta conseguenza di un’inclinazione tristemente italiana: l’assoluta identificazione della pena con il carcere.

La circoscrizione del carcere a luogo di deposito e reclusione, unitamente alla diffusa svalutazione della rispettiva funzione reintegrativa, evidenzia come la classe politica italiana abbia da sempre ignorato ciò che le nostre tradizioni costituzionali e giuridiche pongono quale fondamento istitutivo della pena.

Il sovraffollamento degli istituti penitenziari, da tempo al centro dell’attenzione delle istituzioni e dell’opinione pubblica , non è tanto la causa, bensì la deduzione diretta di questa violazione legalitaria. Per questi motivi, è stato recentemente approvato in via definitiva dall’Aula della Camera (con 385 voti a favore, 105 contrari e 26 astenuti), il cosiddetto decreto “svuotacarceri”. Hanno espresso voto favorevole al provvedimento Pd, Pdl, Terzo polo e buona parte dei deputati affiliati ai movimenti minori; hanno invece deliberato sfavorevolmente Lega e Idv.


Una delle maggiori sostenitrici del decreto è stata Paola Severino. Il ministro della Giustizia, tutelandone i contenuti dinanzi le numerose contrarietà, ribadisce: “Il decreto non è né un indulto mascherato, né una resa dello Stato alla delinquenza”. La misura legislativa, per superare il problema delle cosiddette “porte girevoli”, ossia delle previsioni detentive di durata brevissima, presume che per il soggetto arrestato in flagranza di reato venga ordinata in via prioritaria la custodia abitativa; secondariamente che sia pianificato l’affidamento presso le camere di sicurezza, e soltanto in ultima istanza, che venga disposta la carcerazione.

Il decreto, inoltre, comprime la scadenza entro la quale deve aver luogo l’udienza di convalida dell’arresto, passando da 96 a 48 ore; e prolunga da 12 a 18 mesi la soglia di pena carceraria, anche residua, necessaria per il passaggio alla detenzione domiciliare prevista dalla legge del 2010. Con l’atto “svuotacarceri” si preavvisa anche un aumento delle risorse finanziarie, pari a circa 57,27 milioni di euro, in vista di un’adeguata regolamentazione delle infrastrutture penitenziarie, e di un effettivo superamento degli ospedali psichiatrici giudiziari, di cui si prevede la serratura entro il primo febbraio 2013.

Non è tutto, il decreto sottolinea un ulteriore punto importante: l’allargamento della disciplina sull’iniqua detenzione ai procedimenti statuiti precedentemente l’entrata in vigore del nuovo Codice di Procedura Penale (24 ottobre 1989), con sentenza passata in giudicato dal primo luglio 1988.

I dati, aggiornati 31 gennaio 2012, del Dipartimento Amministrazione Penitenziaria (Dap) parlano di 66.973 presenze nelle carceri italiane; la capienza regolamentare sarebbe invece di 45.688. In aggiunta, si calcolano ancora 1.264 persone che sono attualmente internate presso gli ospedali psichiatrici giudiziari (opg). Motivi per cui il sovraffollamento degli istituti di pena deve trovare soluzioni urgenti ed efficaci; le condizioni di vita dei detenuti sono una priorità che come tale va trattata.

Diritto, civiltà e sicurezza sono i tre principi che dovrebbero ispirare le impellenti riforme. “È sufficiente leggere il decreto -esplicita il ministro Severino– per rendersi conto che nessuno dei provvedimenti in esso indicati deriva da automatismi o presunzioni. In ogni caso vi sarà un magistrato a valutare se la persona sia o meno meritevole di una modifica migliorativa del suo stato di limitazione della libertà”.

Si rende necessario riaprire il testo della Costituzione per implementare un nuovo sistema carcerario: un’istituzione che funga realmente da scuola riabilitativa e non da filtro delinquenziale. Il carcere chiuso resta difatti il principale responsabile dell’alto tasso di recidiva che, oggi, colpisce larga parte dei condannati (70%); la previsione di misure alternative potrebbe ovviare considerevolmente questo problema.

Il ministro della Giustizia è intervenuto anche sul tema dell’umanizzazione carceraria. Lo scopo che il protocollo d’intesa siglato dalla Severino insieme al presidente di Telefono Azzurro, Ernesto Caffo, è quello di allestire nei penitenziari spazi ricreativi (ludoteche, nidi per i figli dei detenuti, sale di ampio raggio etc.).

“Sono due -sottolinea Severino- le esigenze alle quali il prospetto messo in atto da Telefono Azzurro cerca di rispondere: consentire ai bambini da zero a tre anni che stanno in carcere con le madri, di vivere in un ambiente che non sia una cella con le sbarre. Per questo -dichiara- gli Icam (istituti a custodia attenuata) sono il vero punto di sbocco per la detenzione femminile”. Il secondo traguardo cui il protocollo anela a raggiungere è quello di costruire ludoteche attrezzate dove poter far agevolmente incontrare genitori e figli senza per forza incombere nell’impatto traumatizzante che l’istituzione carceraria può avere.

Con la visita presso l’istituto di Rebibbia il ministro ha colto poi l’occasione per elargire settanta libri, ricevuti in occasione del premio Renato Dell’Andro, alla struttura bibliotecaria del recente complesso. Il gesto, oltre a rappresentare un incentivo al miglioramento delle strutture, funge anche da baluardo culturale; salvaguardare la cultura anche dentro le mura di un carcere può costituire una fonte inestimabile di valore per la prevenzione e la riabilitazione sociale.


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