Altro che l’influenza. In Italia ormai è piena febbre da sondaggi, che sta contagiando analisti, politici e media nazionali: con le elezioni politiche ormai a meno di un mese, siamo ufficialmente entrati nel periodo più caldo sugli orientamenti di voto.

Le percentuali raccolte in queste settimane, infatti, assumono connotati sempre più verosimili man mano che le date del voto si avvicinano. Non va dimenticato, comunque, che venti giorni sono ancora un tempo elettorale mediamente lungo per apportare modifiche, anche pesanti, ai supposti scenari attuali.

In ogni caso, la bilancia non pende ancora completamente da una parte sola. Come appare chiaro ormai da settimane, il centrosinistra sembra padrone del proprio destino, potendo godere di un vantaggio che, a oggi, sembra difficilmente colmabile su scala nazionale.


Sono due, però, i fattori che Bersani e i suoi non dovrebbero sottovalutare: da una parte, l’altissima percentuale di coloro che, a oggi, si dichiarano astensionisti e, dall’altra, l’assoluta rilevanza di alcune partite che si giocano a livello locale.

Insomma, centrosinistra in netto vantaggio ma tutt’altro che al sicuro, con Berlusconi che promette di avere ancora alcuni assi da giocare al fotofinish. Tuttavia, non ci sarebbe da stupirsi se, nelle ultime ore di questa campagna sempre più infuocata ma, ahinoi, sempre più distante dai temi concreti, i candidati premier dovessero concentrare i propri sforzi sulle regioni in bilico, proprio come in Usa i front-runner battono fino all’ultimo minuto gli Stati “chiave”.

Il vero esito della contesa elettorale, ormai è chiaro, arriverà dai risultati di Campania, Sicilia, Lombardia e Veneto. Lì,si definiranno i rapporti di forza al Senato e, in questo modo, si capirà se il prossimo governo potrà contare su una maggioranza autonoma sui due rami del Parlamento.

Nei giorni scorsi, abbiamo citato un sondaggio dell’Istituto Piepoli per La Stampa, dove un’accurata disamina delle intenzioni di voto aveva portato a concludere come la coalizione guidata da Pier Luigi Bersani non superasse quota 143 rappresentanti (esclusi eletti all’estero e senatori a vita) a palazzo Madama, rispetto ai 158 necessari per essere autosufficiente.

Ora, a testimonianza di un quadro quantomai incerto, arriva un’indagine di segno opposto datata 26 gennaio, che vede prevalere, seppur di poco, il centrosinistra in alcune regioni fondamentali, le quali, è bene ricordarlo, da legge elettorale assegnano un maggiore numero di senatori. Un risultato che premierebbe lo schieramento guidato dal Pd, il quale, se si votasse oggi, avrebbe la maggioranza assoluta anche alla Camera alta. Vediamo perché.

L’indagine è stata commissionata a Tecné dal canale all news SkyTg24 e, oltre allo scenario possibile in Senato, denota particolare interesse anche per “tastare il polso” all’opinione pubblica in seguito allo scandalo Monte dei Paschi.

Ecco, dunque, quali sono le conclusioni del centro di ricerca: la polemica sull’istituto di credito toscano pare non aver scalfito il Pd che perde lo 0,1%, un dato che, indubbiamente, va oltre le più rosee previsioni dei consulenti bersaniani, al cui cospetto pareva ormai “cucinata” una querelle paragonabile al caso Unipol del 2006.

Per il momento, la botta sembra assorbita, con il Partito democratico che raccoglie il 30,5% delle intenzioni di voto, contro il 18,5% del Pdl, che pare, invece, aver esaurito la spinta del ritorno in scena di Berlusconi.

Leggera crescita anche per il MoVimento 5 Stelle di Beppe Grillo (14,3%), per la Scelta civica di Mario Monti, che sfiora il 10%, e per la Lega Nord, in lenta ma costante ripresa dopo il terremoto ai vertici dei mesi scorsi (5,2%). Stabile, poco sotto il 5%, il risultato di Rivoluzione Civile guidata da Antonio Ingroia.

Se queste percentuali non destano particolare sorpresa, è la moltitudine di “Incerti – non voto” che fa sobbalzare dalla sedia: a oggi, questo è a tutti gli effetti il primo partito italiano, che si staglia al 37,5% secondo i sondaggisti di Tecné, percentuale comunque in discesa dopo il 40% della precedente rilevazione.

Passando rapidamente le coalizioni, vediamo come Bersani possa contare sul 35% dei consensi, mentre Berlusconi e i suoi alleati siano fermi al 27,2%, con Monti al 15% e a scorrere tutti gli altri.

E veniamo, quindi, alle stime per il Senato, il vero “osservato speciale” di questa corsa. In Lombardia, ring principale dove si assegnano la bellezza di 49 seggi, il centrosinistra sarebbe in vantaggio di 1,5 punti percentuali, abbastanza per assegnare virtualmente il premio di maggioranza a Bersani, ma davvero troppo risicati per dichiarare chiusa la partita.

Più netto il trend in Campania, dove Pd e compagni guidano al 32,3% contro il 28,1% del centrodestra. Aria inversa, invece, in terra veneta, dove Berlusconi e il Carroccio hanno ben 9 punti di vantaggio sugli inseguitori; arrivando in Sicilia, invece, scopriamo come le due fazioni sono distanziate soltanto di mezzo punto, a favore del Cavaliere.

Secondo i dati di Tecné, se le elezioni si concludessero con queste percentuali, Bersani arriverebbe così a 157 senatori, appena insufficienti per governare in autonomia, ma facilmente colmabili con qualche innesto “ex post”, ad esempio i senatori a vita, gli esteri o, ancora, qualche appoggio sui fronti “attigui” di Ingroia e Monti.

Indubbiamente, con questi margini la sfida è ancora quantomai aperta, mentre il diabolico Porcellum denota ancora una volta l’innata qualità di produrre scenari esattamente opposti alle due Camere: maggioranze schiaccianti a Montecitorio, voti col pallottoliere in Senato. Unico effetto duraturo, l’ingovernabilità.

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