Il conto alla rovescia è ufficialmente iniziato. Manca meno di un mese alle elezioni politiche 2013, l’appuntamento che ridisegnerà la conformazione del Parlamento per i prossimi cinque anni.

Con la data di blackout alle diffusioni dei possibili scenari sempre più vicina, i sondaggisti sono letteralmente scatenati, per scrutare al di là del prossimo 25 febbraio, data in cui verrà svolto lo spoglio delle schede e, finalmente, si conosceranno i veri rapporti di forza tra partiti e coalizioni.

Un esito che, ora, si preannuncia ancor più imperscrutabile se si confrontano le ultime rilevazioni dei maggiori centri di ricerca attivi sul fronte elettorale.


Su un punto, come nelle scorse settimane, i sondaggisti sono tutti concordi: il centrosinistra di Pier Luigi Bersani è ancora in vantaggio e resta lo schieramento favorito per la vittoria finale, dando per assodata la vittoria su scala nazionale che farà scattare il premio di maggioranza alla Camera.

Qui, però, si fermano le certezze. Innanzitutto, gli esperti non sono concordi sul vantaggio effettivo che ad oggi separa le compagini di Bersani e Berlusconi in primis, ma anche di quelle guidate da Monti, Grillo e Ingroia a seguire. Quindi, e in misura ben più rilevante, il rebus del Senato è ancora apertissimo, con l’istituto Piepoli che, addirittura, fa scattare l’allarme rosso per il centrosinistra, che perderebbe in tutte le regioni chiave.

Vediamo, dunque, quanto discostano le percentuali secondo gli istituti più blasonati. Partiamo dalla Swg, che ha effettuato il suo sondaggio per “Agorà”: il divario tra la coalizione di centrosinistra e quella guidata dal Cavaliere viene fissato oltre il 7% (34,1% contro il 26,6%), con il Pd che però scende sotto il 30, mentre il Pdl si contende la seconda piazza con il MoVimento 5 Stelle di Grillo: entrambe le liste, infatti, sarebbero appaiate al 17,2%. Tra le formazioni minori, buona performance di Rivoluzione civile di Ingroia, che toccherebbe quota 5,4%.

Di tutt’altro avviso è invece Demos che, negli orientamenti registrati per La Repubblica, attribuisce a Bersani il 38,1% dei consensi contro il 25,8% di Berlusconi: forbice amplissima che, addirittura, si allargherebbe al Senato, dove Pd e soci guadagnerebbero lo 0,4%. Segno, questo, che non pochi elettori stanno pensando di ricorrere al voto “disgiunto”, assegnando la preferenza ai democratici solo al Senato, lì dove la vittoria è più in bilico.

Passiamo ora ai risultati dell’indagine condotta da Lorien consulting per Italia Oggi. Anche qui, Bersani conduce per oltre 7 punti percentuali sul diretto avversario, il quale, però, vede crescere i propri consensi dell’1% in pochissimi giorni, tanto quanto il candidato di Pd e Sel li vede scendere. Secondo questo campione, molto buona sarebbe la prestazione di Mario Monti, che arriverebbe al 15,4%, e cioè davvero in grado di spostare gli equilibri, soprattutto al Senato. Stabili gli altri, con Ingroia al 5,7% e Grillo al 13%.

A proposito di palazzo Madama, è di forte interesse lo studio realizzato dall’Istituto Piepoli e pubblicato sulle pagine de La Stampa: in questo caso, non ci si sofferma soltanto sulle intenzioni di voto, ma si cerca di tracciare un profilo del prossimo Parlamento, con un occhio particolare, naturalmente, alla Camera alta. E lì, l’esito sarebbe davvero sorprendente: in tutte e quattro le regioni chiave (Lombardia, Veneto, Campania e Sicilia), il centrosinistra non riuscirebbe a ottenere la maggioranza, lasciando così gran parte dei seggi alla coalizione berlusconiana, che riuscirebbe a mettere Bersani in difficoltà, fermandolo a 143 senatori, molto lontano dalla quota di sicurezza di 158. Un quadro che ribadisce, una volta di più, quanto le forze guidate da Mario Monti potranno incidere sulle politiche del prossimo esecutivo.

Insomma, il panorama, nonostante la prevalenza generale delle liste per Bersani, è ancora in evoluzione e c’è da credere che gli scenari finiranno per subire nuovi, forti scossoni. In ogni caso, è innegabile che la rimonta di Berlusconi appare un po’ strozzata, benché si debbano ancora misurare gli effetti di due avvenimenti di sicuro impatto: l’esclusione dalle liste di Dell’Utri e Cosentino e, soprattutto, gli strascichi della vicenda Monte dei Paschi.

Due piani sui quali la claque berlusconiana e gli organi di informazione “amici” hanno già dato prova di saper imbastire una campagna tambureggiante, basti pensare alla vicenda Unipol del 2006, che aprì di fatto la strada al clamoroso pareggio del Cavaliere. C’è, poi, un altro dato che suggerisce di non dare il colpo di grazia al Cav: secondo Demos, oltre il 60% degli elettori Pdl nel 2008, si dichiara propenso all’astensione o incerto: il recupero di buona parte di questi “pentiti” potrebbe consentire a Berlusconi e alla sua masnada di forze politiche (13 solo al Senato, dove si gioca la vera partita) di mettere ancora più in difficoltà un eventuale governo Bersani. Monti permettendo, naturalmente.

 


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