Ormai dobbiamo rassegnarci: per il governo si andrà avanti con i tira e molla ancora per qualche settimana. Lo scenario, sostanzialmente, dal giorno delle elezioni non è più mutato: i blocchi sembrano rimasti sulle proprie posizioni, senza possibilità di avvicinamenti o compromessi. L’unico scossone sembrava arrivato con le elezioni dei presidenti delle Camere, con l’accordo incrociato M5S-centrodestra, ma poi gli schieramenti sono tornati alla posizione di partenza e il primo giro di consultazioni si è chiuso con un nulla di fatto.

È abbastanza disarmante che a oltre un mese dalle urne il Quirinale si sia limitato a prendere atto che “nessuno schieramento ha voti necessari per formare un governo”, ulteriore riprova dei tempi elefantiaci delle istituzioni mentre fuori, il mondo gira sempre più veloce tra economie digitali e tecnologie invasive.

Ci dovrà essere un altro giro – almeno – di tutti i rappresentanti al Colle, mentre noi staremo ad aspettare, con una sorta di impotenza di fronte a questo stallo prolungato, favorito dai reciproci veti.

I non governi europei

Eppure, se guardiamo fuori da casa nostra, un periodo senza governo non solo è qualcosa di ormai abituale in questa epoca travagliata dal punto di vista degli orientamenti politici, ma potrebbe rivelarsi come un toccasana per la crescita.

In Belgio, ad esempio, sono ormai nella storia i “541 giorni di felicità” che seguirono alle elezioni del giugno 2010. Tanto, infatti, durò l’impasse tra le forze politiche del Paese che, tra l’altro, ospita gli uffici della Commissione Europea, per quello che rimane a tutt’oggi un record mondiale imbattuto. In quei lunghi mesi di blocco istituzionale, i benefici per l’economia belga sono stati molteplici, certificando rialzi del Pil del 2% per due anni consecutivi.

Passando alla Spagna, invece tra il 2015 e il 2016 si trascinò una lunga crisi politica – non ancora del tutto risolta – con una doppia chiamata alle urne che sancì il nulla di fatto tra i principali partiti, con i Popolari e Socialisti “incalzati” dalle nuove forze Podemos e Ciudadanos, fino al faticoso via libera di fine 2016. Risultato: nei mesi di stand by, il Pil iberico è cresciuto del 3,2%.

In Olanda, più recentemente, nel 2017, il governo è nato dopo ben 208 giorni di trattative tra varie forze – tutte di centrodestra – che avevano respinto la minaccia xenofoba rappresentata da Geert Wilders ma senza ottenere i seggi sufficienti a formare un esecutivo autonomo. Nel corso di questi mesi di “buio”, l’economia dei Paesi bassi ha ripreso a correre, con crescita del Pil tra il 2 e il 3%, debito pubblico in calo e disoccupazione ai minimi europei del 4,3%.

Torna dunque alla mente il famoso titolo del Sole 24 Ore che al tempo dei picchi di spread titolò a tutta pagina il drammatico “Fate presto”. Ora, potremo tradurre con un più placido “Fate piano”, che magari l’economia si regola da sé e gli indicatori migliorano.

Nella difficile sintesi tra reddito di cittadinanza e flat tax la cosa migliore sarebbe, insomma…non fare nulla? Non proprio, ma pare che i mercati – quantomeno in area Euro – chiedano meno regolamentazione, meno vincoli, meno ricambi di interlocutori. Non a caso, la Borsa pare stia tenendo senza affanni all’incertezza politica italiana.

A patto che, però, questo quadro non diventi una scusa per la classe politica di impantanarsi nell’inoperosità. A quel punto, meglio qualche decimale di Pil in meno, ma un governo in carica e un Parlamento che possa legittimare la sua esistenza.

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