caso muraro raggi

Il Movimento 5 Stelle, prima corteggiato e poi ripudiato, sembra un po’ come la Bella di Torriglia, quella che “tutti la vogliono e nessuno se la piglia”. Manca un mese e mezzo alle elezioni politiche del 4 marzo eppure molti partiti ragionano già su possibili alleanze post voto, vista la possibile situazione di stallo che potrebbe uscire dalle urne.

Per la verità, i grillini non hanno mai nascosto di essere totalmente retrivi sul tema delle alleanze: “Mai con il Pd”, “mai con la Lega” abbiamo sentito scandire negli ultimi 5 anni, partendo dalle dirette in streaming con Bersani fino alle possibili convergenze su ius soli e Euro con il partito di Matteo Salvini.

Ultimamente, però, qualcosa sembra cambiato se è vero, come ha dichiarato il leader e candidato premier Luigi Di Maio, che il partito nato dalla rete e ora stabilmente a palazzo si sente pronto per andare al governo “con chi ci sta”. Una bella torsione rispetto al mantra della purezza professato per un lustro intero, che denota in realtà, più che un allontanamento dai propositi del blog, una presa di coscienza rispetto alla non autosufficienza del MoVimento.

Assai difficilmente, infatti, Di Maio potrà ottenere la maggioranza per realizzare un governo monocolore M5S: allo stato attuale, infatti, con la legge elettorale in vigore per la maggioranza alla Camera sembra in pole il centrodestra, mentre al Senato si prefigura il solito rebus in cui nessuno schieramento pare in grado di raggiungere un margine di tranquillità.

Ecco, allora, che torna di attualità il tema degli accordi a urne chiuse: se davvero l’elettorato dovesse spaccarsi in tre tronconi più uno – centrosinistra, M5S, centrodestra e sinistra – è assai probabile che si dovrà procedere allo sforzo di un governo di coalizione. In tal caso, il MoVimento ritiene di essere il principale indiziato per un incarico di governo, se davvero dovesse imporsi come primo partito, eventualità probabile visto anche il calo del Pd nelle ultime settimane.

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Nelle ultime ore, in piena campagna elettorale, i partiti si sono affrettati ad avanzare o smentire eventuali aperture a Di Maio e soci. In particolare, il tema è stato fonte del primo litigio pubblico tra Pietro Grasso e Laura Boldrini, i due totem di “Liberi e uguali”, formazione nata dalle ceneri dei tanti soggetti fuoriusciti dal Pd. Allo stesso modo il leader del Carroccio Matteo Salvini ha chiuso, dopo qualche ammiccamento, a possibili avvicinamenti con il MoVimento, anche se non è apparso del tutto convincente al punto che anche la stampa estera – Figaro e Financial Times in testa – prefigura future convergenze tra i due partiti.

Se davvero si realizzassero i propositi grillini, e Mattarella chiamasse al Quirinale Luigi Di Maio per affidargli l’incarico, si porrebbe però il problema del partner con cui avviare un programma comune.

E qui, per il MoVimento, potrebbero essere dolori. Escludendo un qualsiasi dialogo con Berlusconi, da una parte, infatti, c’è il Pd, alla cui sinistra di trovano i Grasso-Boldriniani, mentre all’estremo opposto si trova proprio la Lega. Su quali basi potrebbe partire un governo con i grillini nel ruolo di protagonisti? In ottica favorevole alle politiche di Bruxelles, tra economia e accoglienza, come auspica Renzi, oppure in un’alleanza protezionista, anti immigrazione e per l’abolizione della legge Fornero come intende Salvini? O ancora, un ponte fino a “Liberi e uguali”, che possa inaugurare una stagione di nuovi diritti civili, mettendo mano per cominciare al Jobs Act?

A ben vedere, la linea dei grillini non sembra distante da nessuna di queste tre ipotesi: è dunque inevitabile come, nel caso di accordi per un governo di larghe intese, nasceranno malumori nella pancia del MoVimento. Ecco perché Grillo teme di scendere a patti. Ma il tempo della verginità politica è ormai finito: se vuole mandare a palazzo Chigi uno dei suoi, deve fare una scelta.


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