referendum 4 dicembre 2016

C’è aria di 2008 nel panorama politico nazionale. Con tutto ciò che ne potrebbe conseguire: harakiri della sinistra e probabile vittoria del fronte berlusconiano che aprirà le porte a un dominio della destra moderata alleata con fonti populisti e conservatori. Ormai, del resto, la competizione elettorale non passa più dal convincimento: anche la nuova legge elettorale non è riuscita a impedire la corsa sulle coalizioni più estreme e meno credibili, tenute insieme con il solo collante delle urne e della prospettiva di andare al governo ammucchiando serbatoi di voti come legna da ardere.

Gli unici che sembrano non averlo capito sono i partiti di centrosinistra, reduci da cinque anni tutt’altro che agevoli a palazzo Chigi, dove tre premier si sono succeduti tra traumi e rivalse e nessuno di essi si era presentato come candidato in pectore. Uno di loro – Renzi – neppure è mai stato eletto in Parlamento.

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Sembra di essere tornati indietro di nove anni, quando si era appena archiviata la seconda fallimentare esperienza di Romano Prodi a primo ministro, con la grande dèbacle dovuta a un fronte troppo ampio che si era andato sfaldando a pochi mesi dal faticoso successo elettorale (la maggioranza in Senato fu raggiunta grazie al voto degli Italiani all’estero).

Anche allora la politica, e in particolare il Pd, erano di fronte a un crocevia: le esperienze dell’Ulivo si chiudevano definitivamente e l’ascesa – breve – di Walter Veltroni a segretario avevano impresso un’accelerata al processo di costituzione del nuovo partito che tutto fece fuorché bene all’esecutivo in carica.

E come reagì la sinistra in questa fase di sommovimenti? Al solito, dividendosi. Dapprima, furono i seguaci di Roberto Mussi a dire no al nuovo soggetto con il celebre “Compagni, io mi fermo qui”, seguito da altri esponenti che poi non ottennero grande fortuna nel prosieguo della carriera politica.

Di contro, alle ali estreme le alleanze si rivelarono impossibili, con i centristi impegnati in un improbabile terzo polo e l’ex Rifondazione che calamitò attorno a sé i nostalgici della falce e martello, sotto la sigla della Sinistra arcobaleno.

Risultato: il peggiore responso di sempre nella storia repubblicana, nessun eletto alle due Camere e dimissioni a catena su tutto il fronte rosso.

Evidentemente, molti protagonisti di oggi non ricordano bene quella fase intricata, alla luce di un Berlusconi rinvigorito e di un MoVimento 5 Stelle – unica novità in campo – forte di sondaggi entusiasmanti.

Così, questo weekend il presidente del Senato Pietro Grasso ha ufficializzato di prendere il comando di un neonato soggetto che andrà a costituirsi sotto lo slogan “Liberi e uguali”, nome che già di per sé all’elettore deve fare meno gola di uno yogurt magro. Se poi si aggiunge che in questa armata sono presenti i vari Bersani e D’Alema, più quel Pippo Civati che inizialmente sembrava l’unico in grado di tenere testa a Renzi e poi ha deciso di finire come un dissidente qualunque, un Trotzkij 2.0 destinato all’opposizione perenne, allora non si può pensare che il destino sia segnato.

Certamente, Matteo Renzi non è esente da colpe: il suicidio del referendum è sempre stato il suo autogol più clamoroso, ma l’incapacità di tenere assieme alleati seppur litigiosi denota una finta sicurezza, che tende a emarginare più che a unire scavandosi un vuoto intorno.

Una sorta di Enrico VIII che rischia di rimanere da solo sul proprio trono, a meno che, ovviamente, non si sia sempre d’accordo con lui. Attualmente, il leader dem è in difficoltà: in base ai sondaggi, la sua coalizione è addirittura terza, dietro all’accozzaglia berlusconiana e agli intransigenti grillini che, al solito, non intendono scendere a patti con nessuno. Addirittura, nel gradimento il segretario Pd è superato dal premier Gentiloni, un anno fa un innocuo funzionario della politica, finito alla presidenza del Consiglio quasi per caso, come placido traghettatore e invece in grado di attirare consensi, mentre sui giornali sono gli altri leader a suonarsele tra di loro.

Insomma, ci stiamo avviando a un quadro che, da una parte, presenta il revival del tutti contro tutti in salsa dem, mentre dall’altra il carrozzone del Cavaliere che finirà per imbarcare anche le liste più impensabili pur di raggranellare lo zero virgola.

In mezzo, il MoVimento 5 Stelle che è come una di quelle squadre di calcio che giocano bene, si fanno apprezzare ma poi al momento decisivo stecca (vedi Sicilia).

Peccato che poi, dopo le urne, dovremmo eleggere il commissario tecnico della Nazionale, che guiderà tutti indipendentemente dal colore. E purtroppo, il timore è che sì, finiremo per eleggere un altro Ventura, stavolta a palazzo Chigi.


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