Le elezioni europee del 2014 esplicitano, tra l’altro, una rilevante crisi del formato della rappresentanza politica.

Il profilo che vogliamo evidenziare riguarda l’inedita contiguità che va mostrandosi tra partiti a base nazionalpopulista e quelli a base etnico-territoriale, ciò  a dispetto dell’antitesi tra stato-nazione e territorialismo radicale che, almeno in linea teorica, dovrebbe essere considerata irriducibile. Anche a seguito di queste constatazioni, diviene sempre meno soddisfacente interpretare le affinità politiche e partitiche sull’ asse destra-sinistra. Infatti, nel campo dei partiti istituzionali, coalizioni di governo sinora considerate atipiche, si avviano a diventare la norma. E’ sulla base delle affinità politiche che normalmente si valutata il potenziale di coalizione dei diversi partiti, ma tutto sta cambiando. In altre parole sembrano mutare significativamente le logiche sottostanti le dialettiche rappresentative tra i partiti e la stipula dei patti di coalizione. Casi emblematici di questa trasformazione, si possono riscontrare anche in relazione ad alcune regioni italiane.

In Sardegna, tra le  politiche del febbraio 2013 e le europee di maggio 2014 si sono svolte anche le elezioni regionali nel febbraio di questo stesso anno. Tale serrata sequenza elettorale consente alcune significative osservazioni.

Alle europee l’ astensionismo è stato il più alto d’Italia con il 58%.   La sfiducia nei governanti genera l’antipolitica,  decima l’elettorato e l’alto astensionismo rende più mobile il voto.  A queste elezioni il Movimento Cinque Stelle a livello nazionale ha ottenuto il 21% dei voti, ma in Sardegna il 30,5.   Le altre regioni seguono tutte a grande distanza attestandosi intorno alla media nazionale, cioè una decina di punti percentuali sotto il dato della Sardegna, tranne la Sicilia dove i 5 Stelle  ottengono il loro  secondo miglior risultato  con il 26 %.

Comunque, solo in Sardegna i 5S hanno confermato alle europee dello scorso maggio il dato delle politiche del  febbraio 2013, ribadendo il loro 30%. Viceversa, alle regionali sarde del 16 febbraio 2014, il Movimento Cinque Stelle non fu presente, ma venti  liste locali raccolsero  il 40% dei voti, tanto, anzi tantissimo. Tali liste si erano presentate  autonomamente, in coalizione tra loro, o distribuite tra le coalizioni maggiori di centrodestra e centrosinistra. Indipendentisti, “sovranisti”, iperautonomisti, si trovano un po’ da tutte le parti, centro, destra o sinistra che siano.

In definitiva, alle politiche del 2013 la presenza di liste locali fu irrilevante e Grillo prese il 30%. Alle regionali Grillo non c’era e le liste locali hanno preso il 40%. Alle europee del 25 maggio mancavano di nuovo le liste locali e Grillo ha confermato il 30%. E’, dunque, ravvisabile una interscambiabilità tra il voto alle liste locali e il voto al M5S, anche se solo lo studio dei flussi potrà tentarne una più precisa ricostruzione e soprattutto quantificazione.  Sia come sia, una parte consistente della mobilità del voto avviene  tra ambiti politici che almeno secondo le interpretazioni correnti dovrebbero essere  incomunicabili: da una parte le frantumatissime liste locali a base identitaria, o se si preferisce etnico-territoriale, e dall’altra l’ ipercentralizzato e deterritorializzato Movimento di Grillo che nasce in rete e  affida il proprio successo massimamente alla televisione e alla rete stessa. Ma allora forse non è da considerare un caso fortuito che il M5S ottenga il suo secondo miglior risultato in Sicilia, cioè in una regione anch’essa dalle forti tradizioni politiche localistiche, ma con insignificanti partiti territoriali presenti alle elezioni.

Una conferma a contrario di questa evoluzione, segnata da tale inedita mobilità del voto, si può trarre anche dal risultato della Lombardia. Nella regione dove risiede circa un sesto degli Italiani, una regione chiave che non si può pensare occasionalmente trascurata, il M5S è  solo al 15%. Probabilmente tale Movimento in Lombardia ha sofferto la concorrenza della Lega sul terreno della protesta. Dunque, anche in questo caso si intravede una affinità politica e, quindi, una concorrenzialità  nel voto, sostanzialmente inattesa. Naturalmente ciò non vuol dire che tutti i voti persi dal M5S siano andati alla Lega, ma che ciò sia accaduto, almeno in parte considerevole, è del tutto verosimile.

Come accennato, per avere una visione più precisa bisognerà analizzare i flussi elettorali, soprattutto considerando i voti in entrata ed uscita dall’ astensionismo, ma i casi citati appaiono  convergenti e convincenti.

In definitiva, per gli elettori di cui stiamo discorrendo sembra esistere  una comune motivazione al voto che spinge a superare   diversità  a prima vista insormontabili: questa motivazione è il fortissimo sentimento antipolitico o antisistema che dir si voglia. Ciò spiega almeno in parte perché Lega e Front National possano ritrovarsi assieme. La Lega ha posto la sordina  se non abbandonato le sue pulsioni federalsecessioniste, ormai elettoralmente poco remunerative, e ha enfatizzato i contenuti xenofobi e antieuropei già presenti nel suo corredo genetico. In nome dell’ antipolitica e del suo rendimento elettorale la Lega ha operato un deciso mutamento di indirizzo  e così ha potuto stipulare, per contare di più nel Parlamento europeo, “l’innaturale alleanza” con uno dei partiti più statalisti in assoluto, ma vista attraverso la lente dell’ antipolitica questa alleanza appare sempre meno innaturale, sebbene da questo tipo di ibridazioni, spesso nascano sanguinarie chimere. In quest’ ottica sorprendono forse meno i rapporti tra Grillo e Nigel Farage, il leader dell’ Ukip. In questa fase i temi principali dell’ antipolitica in Europa sono due: la xenofobia e l’antieuropeismo. Grillo ha già tentato una svolta xenofoba in relazione agli sbarchi nel canale di Sicilia, ma il suo elettorato lo ha costretto ad abbandonarla, non restava che l’antieuropeismo. La ricerca di un alleato adeguatamente consistente nel Parlamento europeo per formare un gruppo politico, non poteva che cadere sull’ Ukip in nome appunto del comune antieuropeismo, essendo, peraltro, il Front National già impegnato con un  concorrente interno come la Lega di Salvini.

La comune politica fondata sull’ antipolitica crea o svela tra i partiti affinità prima inesistenti o dissimulate, fa nascere nuovi potenziali di coalizione e questo non solo nel campo dell’ antipolitica stessa. La minoranza antieuropeista che siede nel Parlamento europeo, spinge Pse e Ppe a trovare accordi per la governabilità. Ma la presenza di movimenti  antipolitici muove a collaborazioni inedite nel campo dei partiti a vocazione governativa in molte circostanze e a tutti i livelli. E’ quanto è accaduto in Italia, è quanto potrebbe accadere in Francia e persino in Gran Bretagna. Quando Chirac e Le Pen padre andarono al ballottaggio per la Presidenza della Repubblica, il Partito socialista diede indicazione di andare a votare, e di votare Chirac. La vicenda fu percepita e rappresentata come una sorta di accidente della storia e come tale fu archiviata, ma oggi possiamo dire che essa fu un prodomo degli attuali mutamenti strutturali dei sistemi partitici e della rappresentanza . E’ probabile che l’ area antipolitica nelle sue diversissime accezioni, si stabilizzi e che la necessità di grosse koalition  tra i partiti istituzionali diventi la norma. Ovvero può anche accadere che partiti nati antisistema si trasformino in partiti di governo, come sembra stia già accadendo per il Front National, delineando nuove affinità e compatibilità coalizionali con  partiti tradizionali, infatti in Francia non è più del tutto escluso che il centrodestra si allei con la destra estrema o che in Gran Bretagna i conservatori lo facciano con l’ Ukip.

Del resto in Sardegna alle elezioni regionali di febbraio sia il PD che Forza Italia, partiti nazionali a vocazione governativa, hanno ricercato alleanze elettorali e concluso coalizioni con partiti locali ad apparente vocazione antipolitica. Per certi aspetti almeno, il sistema politico sardo appare il più europeo di tutti  i sistemi politici regionali italiani. Nel senso che uno dei tratti caratterizzanti il nuovo assetto della rappresentanza politica venuto fuori dalle elezioni europee del 2014 è un notevole mutamento delle affinità partitiche e, dunque, del potenziale di coalizione. Del resto in questo senso il nostro Paese è stato un antesignano quando nello stesso governo potevano contemporaneamente sedere, senza apprezzabili reazioni, Alleanza Nazionale e  Lega-Nord.

La speranza è che i partiti di governo, trovino la forza di reagire all’avanzare dell’antipolitica, anche accettando come una normale eventualità della politica forme collaborative ispirate alle esperienze delle grosse Koalition, evitando  che forze antisistema di carattere nazionalpopulistico ed etnicoterritoriali  conquistino posizioni maggioritarie da sole o mediante coalizioni meticciate con partiti di governo. Non credo ci si possa avventurare a fare ulteriori previsioni, troppe sono le variabili in campo, basti pensare al velo imperscrutabile dell’ astensionismo. In Slovacchia, ad esempio, dato più basso in Europa, è andato a votare solo il 16 % dell’ elettorato. E’ veramente difficile dire, quali forze si possano nascondere nel vaso di Pandora del restante 84 %.

Molte nubi si addensano all’orizzonte. I partiti istituzionali e le istituzioni stesse dovrebbero trovare le energie per iniziative convincenti, dinamiche, accattivanti. Spesso i radicalismi territorialisti e populisti sono frutto di meschine convenienze  elettorali, ma alcuni hanno il dovere dell’ onestà intellettuale.


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