Troppo esperto di comunicazione e di marketing (politico), Matteo Renzi. Troppo attento al potere simbolico delle immagini. Troppo, per consentire a quell’immagine di circolare. Ci riferiamo all’immagine “mancante”, nel dibattito degli ultimi giorni: Berlusconi e Renzi vis-a-vis, al Nazareno, nell’ufficio che fu di Pier Luigi Bersani.

È l’immagine che potrebbe fotografare un passaggio d’epoca: dal berlusconismo al renzismo. O forse, secondo alcuni, un brusco ritorno al passato: il Cavaliere resuscitato dal soccorso nemico del segretario Pd. Evocando i fantasmi di altri “patti con il diavolo”: puntualmente ritortisi contro i dirigenti del centro-sinistra. Del resto, si sa: il Cavaliere è imprevedibile, sempre pronto a bruschi cambi di rotta, orientato all’interesse del momento, più che alla possibilità condurre in porto grandi disegni di riforma. Quell’immagine avrebbe ulteriormente esposto il segretario Pd al fuoco degli avversari, interni ed esterni. Avrebbe alimentato la “vergogna” di Fassina e dei bersaniani. E mostrato il fianco alle accuse di Grillo, tagliato fuori dallo scenario bi-personalizzato disegnato dall’incontro di sabato (come sottolinea oggi Ilvo Diamanti su Repubblica). Beppe Grillo, sempre pronto, nel recente passato, a sparare sul Pd-meno-elle, oppure, ancora prima, sul governo Veltrusconi.

Per questi motivi, quell’immagine non c’è, e probabilmente non ci sarà. Se non nella versione raccontata dallo stesso Renzi, zoomando sulla foto di Che Guevara e Fidel Castro – in divisa militare, sul green di un campo da golf – che avrebbe fatto da sfondo allo storico incontro. Assieme a quella di Bob Kennedy, sotto la quale il leader di Forza Italia avrebbe preferito sedersi («meglio lui di un comunista»). Mentre gli unici scatti diffusi dai giornali mostrano Berlusconi costretto ad entrare nella “tana del lupo”: scuro in volto,  “dietro le sbarre” di una ringhiera all’ingresso della sede democratica. Resuscitato – forse – ma non immortalato al cospetto del segretario.


In questa chiave, Berlusconi “a casa” di Renzi bilancia l’immagine – anche quella mai vista – del sindaco di Firenze a pranzo nella villa di Arcore. Ne ribalta la prospettiva, e racconta il possibile passaggio di consegne tra i due capi partito. Portatori di un modello di leadership con molti punti di contatto. Da una parte, il fondatore della seconda Repubblica: una Repubblica plasmata a sua immagine e somiglianza, nella quale la competizione politica si gioca sulla contrapposizione tra berlusconiani e anti-berlusconiani. Dall’altra, il giovane outsider democratico, che intende traghettare il centro-sinistra e l’Italia verso una ipotetica Terza Repubblica. Per fare questo, Renzi ha ancora bisogno di Berlusconi. Non tanto (o non solo) per ridisegnare il terreno di gioco della prossima campagna elettorale: riconducendo la partita alle regole di una competizione maggioritaria, bipolare e presidenziale (oltre la stagione delle larghe intese). Ma, ancor prima, per legittimarsi come demiurgo di una repubblica “nuova”. Fondata sulla frattura (personale) tra renzismo e anti-renzismo. Per questo, per andare oltre Berlusconi, Renzi ha bisogno di sfidare il Cavaliere in campo aperto.

 

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