Nel dibattito in corso sul ddl Delrio interviene anche l’Anci guidata da Piero Fassino per mettere in guardia dall’abuso che si prefigura sulle Città metropolitane, il nuovo livello di governo che dovrebbe sostituire le Province dopo l’abolizione, almeno nelle aree più densamente popolate del Paese.

Come si è notato negli ultimi tempi, però, da più parti si attende di poter avviare le Città metropolitane per rendere meno traumatico il passaggio dall’era delle province a quella che seguirà l’approvazione definitiva del disegno di legge Delrio. Se questa possibilità, in principio, doveva essere lasciata esclusivamente alle zone circostanti le metropoli, come suggerisce la denominazione, con gli ultimi correttivi arrivati alla Camera, sembra invece che l’intento sia quello di rendere più facile l’introduzione di questi enti.

Ad esempio, un ricorso molto più agevole è consentito alle regioni a statuto speciale, che potranno, così, inaugurare città metropolitane anche dove non sussistano i requisiti minimi previsti altrove in Italia. E’ ciò che potrebbe accadere, per esempio, in Sicilia, dove il governatore Rosario Crocetta non ha avviato i consorzi di Comuni come previsto entro la fine del 2013, mantenendo pericolosamente in vita le province esistenti, forse per sostituirle proprio con le nuove Città metropolitane.


Contro questo rischio di abuso, allora, è intervenuta l‘Anci, che, tramite il proprio delegato Giorgio Orsoni, ha espresso le proprie perplessità riguardo le prime misure che potrebbero essere adottate all’indomani del sì definitivo al ddl Delrio, ora al Senato dopo il passaggio concluso alla Camera.

“Semplificare la fase transitoria di istituzione delle città metropolitane – ha avvisato Orsoni – nel periodo che andrà dal prossimo giugno al prossimo ottobre, quando con la cessazione delle Province inizierà la effettiva gestione amministrativa delle città metropolitane”.

L’Anci chiede che siano i sindaci dei Comuni capoluogo a subentrare non appena il disegno di legge avrà ricevuto l’ok, evitando la “dilatazione delle Città metropolitane, che con l’attuale legge potrebbero arrivare addirittura a 18, rischiando di creare enti simili alle Province, con l’ulteriore conseguenza di ritrovarci con Province di serie A e Province di serie B”.

L’unica via, ha concluso Orsoni, è quella di consentire la formazione di Città metropolitane “disegnate sulle peculiarità’ dei singoli territori: infatti la norma attribuisce alla potestà statutaria di  ciascuna Città metropolitana la possibilità di organizzare il proprio modo di agire e le competenze da delegare.”

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1 COOMENTO

  1. Il principale equivoco che sembra oscurare la proposta politica relativa all’istituzione degli enti metropolitani, almeno nel periodo recente (negli anni ’90 il problema era meglio impostato), è nell’aver confuso, a mio giudizio con effetti molto gravi, una necessità di ridefinizione direi “ontologica” delle grandi città italiane con un mero inseguimento di risparmi per le casse pubbliche. Le grandi città, in questa fase della loro storia, sentivano il bisogno di assumere una nuova identità non solo per garantire le cosiddette economie di scala (per una rete di trasporti, per una polizia metropolitana, per l’igiene pubblica, ecc.), ma essenzialmente a causa di un’evidente “esondazione” dai confini vetero-municipali dei propri cittadini, che risiedono oggi in misura crescente al di fuori dell’ambito amministrativo originario pur conservando stretto legame lavorativo, culturale e affettivo con la città. E’ il senso di cittadinanza quindi, di per sé, che dovrebbe spostare in là il varco amministrativo, per recuperare in modo pieno un’appartenenza civica anche sul piano formale. La coalescenza dei municipi dell’hinterland è solo un segno che andrebbe interpretato in termini di storia personale e familiare degli individui.
    Molti amministratori e politici italiani non colgono quest’urgenza esistenziale. Lo dimostrano due errori d’impostazione che tradiscono una resistenza psicologica verso il cambiamento: 1- estendere il varco della metropoli in modo eccessivo, mescolando realtà peri-urbane con ambiti schiettamente rurali e naturalistici, impedendo quindi alla comunità cittadina di sentirsi confinata in modo chiaro da “nuove mura” di carattere strettamente metropolitano, premessa per un senso di appartenenza civica; da questa confusione nasce anche l’impossibilità di contestualizzare scelte estetiche e di politica territoriale con differenti regimi vincolistici (per città e per zone montane, per esempio); 2- voler conservare il toponimo del capoluogo come di pertinenza privilegiata del comune centrale, di cui si teme irrazionalmente lo scorporo in municipi. Nessuno si sognerebbe di dire che “Piemonte” può essere contemporaneamente il nome di una regione e di una nazione: allo stesso modo “Torino” non può essere la denominazione sia di un municipio che di una metropoli. La farfalla viene dal bruco, ma dopo la metamorfosi nella farfalla il bruco non è più riconoscibile. Dalla generosità biologica, tramite una momentanea rinuncia, nasce qualcosa di compiuto e di più bello.
    E’ questa l’evoluzione “ontologica” di cui necessitano le grandi città italiane: cessare di esistere come Comuni e nascere come Metropoli multi-municipali. E’ evidente invece che la filosofia “Delrio” va in tutt’altra direzione: concepire province metropolitane, col rischio di un mero gioco di prestigio lessicale che non cambi niente nella sostanza e che impedisca di cogliere reali distinzioni tra metropoli sensu stricto e territori semplicemente vasti e popolosi ma non caratterizzati da veri e propri fenomeni di conurbazione. Ma province metropolitane non servono all’Italia, c’erano già! Stiamo perdendo un’occasione storica. All’Italia serve, al contrario, una netta distinzione tra metropoli (più o meno oggettivamente tipizzate) e territori di “provincia”.

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