Enrico Letta ha annunciato «assegniamo tutto il potere ai cittadini». Chi vuole «può dare un contributo a un partito. Lo può fare attraverso il 2 per mille o con contribuzione volontaria». Il sistema «non frega il cittadino» perché «l’inoptato rimare allo Stato». Ossia se il cittadino non opta esplicitamente, il contributo del 2 per mille rimane allo stato. E ancora specificando: «il testo del decreto legge è quello del ddl approvato dalla Camera»

Com’è noto, il testo in questione prevede:

– la possibilità di destinazione ai partiti politici su base volontaria del 2 per mille dell’IRPEF;


– l’istituzione di un fondo per il finanziamento dei partiti politici (e contestuale abolizione di quello attuale).

Gli effetti finanziari sono misurati, secondo la relazione tecnica, in zero euro per gli anni 2014, 2015, 2016 e in un risparmio di 19 milioni di euro a partire dal 2017.

Da chiarire subito che i fondi sono pubblici, in quanto derivanti dall’IRPEF per una quota che prima era destinata al soddisfacimento di bisogni di carattere generale. In sintesi, se un cittadino decide di non destinare il 2 per mille ai partiti, i soldi li deve pagare lo stesso.

Il 2 per mille dell’IRPEF dovuta in base alle dichiarazioni dei redditi, è di oltre 300 milioni di euro.

Visto che il fondo istituito per il finanziamento dei partiti è non potrà superare i 45 milioni di euro, basta che solamente il 15% venga destinato dagli italiani ai partiti.

Nel caso in cui le somme iscritte all’inizio dell’anno nel fondo non fossero utilizzate, i residui saranno utilizzati per l’anno successivo (quindi non costituiscono un risparmio per il bilancio dello Stato).

E se quasi tutti gli italiani, come gesto di ribellione alla politica, decidessero di non destinare il 2 per mille ai partiti?

Secondo i dati delle dichiarazioni 2012 (redditi 2011), i contribuenti che dichiarano oltre 100.000 euro, costituiscono l’1,05% dei contribuenti, lo 0,91% degli elettori e lo 0,72% della popolazione. Versano allo Stato il 17,69% dell’IRPEF e il loro 2 per mille è quasi 54 milioni di euro, cioè più che sufficiente ad alimentare il fondo di 45 milioni di euro per il finanziamento dei partiti.

Detto in altre parole, per i partiti è sufficiente fare affidamento sullo 0,72% della popolazione, per avere il massimo dei finanziamenti possibili.

Inoltre, visto che il finanziamento è assegnato ai partiti sulla base delle scelte in sede di dichiarazione dei redditi e non sulla rappresentanza politica definita con il voto, si potrebbe verificare che un partito rappresenti l’1% degli italiani e prenda il 100% del finanziamento dei partiti.

Rispondendo alla domanda di cui sopra, perfino se il 99,28% degli italiani non destinasse alcunchè ai partiti, ciò potrebbe essere assolutamente ininfluente.

Le tesi dei fautori dell’abolizione del finanziamento pubblico evidenziavano l’attuale ingente utilizzo (o spreco?) di risorse pubbliche, mentre i fautori del finanziamento pubblico hanno da sempre evidenziato che tale sistema evita una politica condizionata solo dai “ricchi”.

Con questa riforma siamo riusciti a mettere insieme i due aspetti peggiori: l’utilizzo di risorse pubbliche e una politica condizionata solo dai “ricchi”.

Sarà molto difficile nel futuro attuare politiche di lotta all’evasione fiscale, o di riallocazione delle risorse a favore delle fasce deboli, poichè l’1% degli italiani (la classe più agiata) avrà in mano le chiavi del finanziamento ai partiti.

Sorgono dubbi sulla costituzionalità di tale riforma, dove la partecipazione alla vita politica viene misurata in base al reddito, come nelle monarchie del passato.

Se il voto di un povero alle elezioni vale quanto quello di uno ricco, quando si tratterà di scegliere a chi destinare i finanziamenti pubblici, la scelta di un impiegato medio può valere un quinto o un decimo di quella di un dirigente o di un imprenditore, e quella di un disoccupato o di un cassaintegrato non varrà assolutamente nulla, con tutte le conseguenze che si possono immaginare.


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