Cari i miei diciassette lettori, giovedì scorso è stata la mia mattina più trista da quando frequento il bar della stazione. Tutti avevamo il magone allo stomaco mentre il nostro amico pediatra piangeva senza ritegno. Il momento fatidico era arrivato, ma nessuno pensava che sarebbe andata così. Sapevamo tutti che quell’ora doveva venire, ma ciascuno di noi mai avrebbe previsto che i giorni corressero tanto più velocemente dei nostri cuori. E così il pediatra tra i singhiozzi ci comunicò che quello sarebbe stato il suo ultimo giorno. Alle nostre menti, in silenzio e allo stesso tempo, si affacciarono le parole della canzone di Gino Paoli, cui si ispira questo appuntamento coi lettori, e cioè che gli amici uno ad uno abbandonassero il tavolo del bar. Per il pediatra era arrivato il giorno della sua pensione e da domani non doveva più prendere il treno per il lavoro e non sarebbe più stato al bar per il nostro appuntamento settimanale. Col nodo in gola ognuno di noi a dirgli che potevamo comunque vederci altrove nella nostra piccola città. Ma lui niente, non ci credeva. Poi d’un tratto, senza preavviso, passò dal pianto alla rabbia. Cominciò a imprecare contro l’azienda sanitaria, contro la regione, contro lo stato, contro l’austerity europea, perché per i tagli in sanità ed in università, dove non si formavano più pediatri, il suo posto non sarebbe stato sostituito e così il suo servizio per le epilessie infantili, costruito in tanti anni di lavoro e di sacrificio, sarebbe stato chiuso. I bambini sarebbero stati visti dai medici degli adulti, con perdita di competenze e di accuratezza nella loro presa in carico. Noi non ci volevamo credere, ma lo psichiatra confermò che quello era il baratro in cui il servizio pubblico stava precipitando. Continuammo a consolarlo per tutto il tempo finchè il suo piede mesto salì sul treno che lo portava dai suoi bambini, l’ultima volta per lui e per loro. Lo salutai mentre lui mi salutava dal finestrino, gli addii fra gli amici, pensai, hanno proprio la stessa malinconia degli addii fra gli innamorati.

Con la mia bici lasciai la stazione a piedi, non avevo neanche la forza di pedalare, e passai come sempre davanti al centro prenotazioni sanitario della nostra città. Ne usciva col viso furente una mia amica che aveva partorito da poco. Proprio una bella giornata, pensai. E dovetti ascoltare un’altra filippica simile alla prima. Doveva iscrivere il suo bambino presso un pediatra di base e nessuno aveva posto. Era appena andata dal responsabile, che naturalmente non era responsabile di nulla. La colpa era dei massimali di bambini iscritti per pediatra che non si potevano superare, e dei pediatri nuovi da inserire che non si trovavano, perché la vecchia generazione di pediatri andava in pensione e l’università per risparmiare soldi ne formava pochissimi in rapporto al fabbisogno. Presto, gli aveva detto, i bambini dovranno essere assistiti dai medici degli adulti, come negli anni ’50. Un paese che andava indietro come i gamberi per colpa dell’Europa matrigna, concluse la mia amica. Consolai anche lei, ma pensai dentro di me che certo Altiero Spinelli, fondatore del pensiero europeo, mai come di questi tempi si stava rivoltando nella tomba. Contro chi? Contro l’egoismo della Merkel e contro un euro più forte del marco che stava rovinando l’Italia e l’Europa. 


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