Approvato in Cdm il ddl di abolizione delle Province, arrivato così così alla sua stesura definitiva che dovrebbe portare all’eliminazione degli enti più sotto tiro delle revisioni di spesa da alcuni anni.

Questa volta, dopo la sonora bocciatura della Corte costituzionale, la prassi sembra sia stata rispettata: a norma di articolo 138 della Costituzione, dunque, è pronto il ddl costituzionale che dovrebbe portare alla cancellazione finale degli enti provinciali.

In sostanza, il governo Letta ha voluto rendere le cose inappuntabili: prima ha approvato, all’indomani del no della Consulta, un ddl riparatorio al fine di varare un’immediata riforma dopo lo stop. Poi, con il ddl Delrio, si è cercato l’appoggio parlamentare per un testo infine licenziato oggi dal Consiglio dei ministri, nella sua stesura – forse – definitiva.


A cambiare, rispetto all’impianto originario, è soltanto il comma dell’articolo 1 che riguarderà le città metropolitane, in questo procedimento tassello fondamentale che farà da raccordo per le aree più vaste tra Regioni e Comuni.

Ora, il rischio che queste possano diventare le controfigure delle province appena abolite sembra definitivamente scomparso: in sostanza, lo Stato potrà intervenire direttamente sulla conformazione e sulle funzioni delle città metropolitane. Dunque, è la possibilità di ridisegnare i confini dei nuovi enti che rende, di fatto, le Città metropolitane delle “succursali statali” intermedie. Ciò consentirà alla natura dei nuovi enti di essere “funzionale a una efficace e moderna gestione di quelle aree che si concepiscono unite dentro un comune sistema di flussi di mobilità, di sistemi produttivi, di servizi sociali”.

L‘approvazione del decreto avrà comunque un iter molto lungo: trattandosi di un provvedimento di natura costituzionale, servirà un doppio passaggio in entrambe le Camere, con almeno un trimestre di intervallo per ciascuna votazione.

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1 COOMENTO

  1. Come l’ultimo dei giapponesi nelle isole del Pacifico.
    Qualcuno li avvisi che è finita, il pregiudicato ha deciso di non sostenere più il governo se il Presidente della Repubblica non gli concede la grazia.

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