Decine di serie televisive e film comprati dal 1995 al 1999 per poi essere rivenduti per un triplicato numero di volte, dietro compensi sempre più elevati, da società offshore, che, registrate all’estero, sono del tutto avulse alla normativa italiana e che, secondo l’impianto accusatorio, sono tutte riconducibili alla medesima persona, Silvio Berlusconi. E’ questo, in sintesi, il quadro giudiziario attorno al quale si delinea il caso Mediaset. I giudizi di primo e secondo grado hanno confermato la tesi dell’accusa secondo cui sul Cavaliere, dietro i reiterati passaggi dei prodotti televisivi, ricade l’intento inequivocabile di creare nel corso degli anni 90’ fondi neri, e cioè ingenti quantitativi di denaro (per la precisione 470 milioni di euro) che, invisibili agli occhi delle leggi nostrane, erano del tutto liberi di poter essere reimpiegati senza giustificazioni.

E’ il 13 giugno 2003 quando l’indiscrezione dell’avvenuto avviamento da parte della Procura di Milano dell’inchiesta nei confronti del leader del Pdl, scaturita a sua volta da un’ulteriore indagine attinente al comparto estero di Fininvest, viene pubblicata sui principali quotidiani nazionali. Insieme all’allora premier vengono  indagate altre tredici persone, tra le quali i figli Piersilvio e Marina, e il presidente di Fininvest, Fedele Confalonieri. L’udienza preliminare di Mediaset viene fissata per il 28 ottobre 2005, due giorni prima di quella data i legali dell’azienda chiedono il trasferimento dei fascicoli processuali a Brescia perché a Milano, dicono, ci sarebbero “64 magistrati possessori di azioni Mediaset che potrebbero figurare come parti offese”.

Il gup Fabio Paparella respinge la richiesta e il 7 luglio 2006 Berlusconi viene rinviato a giudizio per i reati di frode fiscale, appropriazione indebita e falso in bilancio. Insieme all’ex premier, a giudizio figurano altri dodici imputati. A novembre 2006 inizia il processo di primo grado: mentre il gup dispone l’archiviazione per Marina e Piersilvio Berlusconi, nei confronti del Cavaliere scatta la prescrizione per gli illeciti commessi prima del 1999, rimane quindi pendente soltanto l’accusa per frode fiscale. Si entra così nell’anno 2008 e prende vigore la legge che prende il nome dell’allora ministro della Giustizia, il ‘famigerato’ lodo Alfano, che stabilisce la sospensione dei processi penali nei confronti delle quattro maggiori cariche dello Stato. L’escamotage mette il processo Mediaset in panchina. Si tratta “di una legge di privilegio -era il commento di allora al lodo da parte del giurista Stefano Rodotà– che violando il principio di uguaglianza tra i cittadini non può essere neanche assunta con legge costituzionale”.


Il lodo Alfano è infatti dichiarato incostituzionale e a Berlusconi rimane soltanto il legittimo impedimento. Essendo alla testa della presidenza del Consiglio, come da lui stesso più volte dichiarato, non può permettersi di lasciare l’incarico per poter presenziare in tribunale. L’iter processuale comunque riprende e, su parere dei legali difensori, la presenza in aula di Berlusconi è inderogabilmente circoscritta alla giornata di lunedì, sebbene di fronte ai giudici il Cavaliere non approderà mai. Il primo grado si conclude il 26 ottobre del 2012 con la condanna a quattro anni di carcere per Berlusconi, indultati però a uno, e all’interdizione a cinque dai pubblici uffici, dietro la richiesta del pm De Pasquale, ferma a 3 anni ed otto mesi di reclusione. Assoluzione totale  invece per Fedele Confalonieri.

Tre mesi dopo, al principio del 2013, si aprono le porte del processo d’appello: la difesa si gioca la mano del secondo grado con la carta del legittimo impedimento, tra cui, in assoluto, il più clamoroso rimane quello legato alla presunta uveite, l’infiammazione agli occhi diagnosticata al leader Pdl, in virtù della quale sono spopolate su media e giornali le foto dell’ormai ex premier nelle aule del Parlamento, camuffato dietro impietosi occhiali da sole. Per il tribunale, tuttavia, l’impedimento non sussiste. Nonostante le invettive di Berlusconi contro la magistratura, che parla di “cancro della democrazia”, si approda così all’8 maggio di quest’anno, data nella quale la Corte d’Appello di Milano convalida la condanna di primo grado a carico del Cavaliere.

Oggi, si chiude il capitolo finale di questa lunga e tortuosa saga giudiziaria. Spetta infatti alla Cassazione decidere se confermare o al contrario annullare i giudizi precedenti. La pronuncia di oggi, tuttavia, potrebbe protrarsi anche oltre il previsto, nonostante il legale di Berlusconi, Franco Coppi, abbia già annunciato la rinuncia alla richiesta del rinvio, e arrivare così a superare le 48 ore. Le reazioni del mondo politico sono varie e contrastanti: mentre dal Pdl c’è già chi annuncia, in caso di condanna, la crisi del Governo dal fronte democratico c’è invece chi si aggrappa alla stabilità delle sorti dell’esecutivo in nome del bene del Paese.


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