Niente da fare. Il confronto tra Pier Luigi Bersani ed Enrico Letta da una parte e Roberta Lombardi e Vito Crimi dall’altra, si è concluso secondo le attese: il MoVimento 5 Stelle non accorderà la fiducia al governo di centrosinistra.

A ribadirlo, subito dopo il dibattito, sono stati gli stessi rappresentanti dei gruppi parlamentari M5S nell’immediata conferenza stampa – con domande dei giornalisti:No alla fiducia a Bersani e nessuno uscirà dall’aula. E’ una decisione presa all’unanimità”, ha spiegato lo stesso Crimi al termine della consultazione.

Ora, dunque, per Bersani la situazione è quasi disperata: l’ufficialità del venir meno del supporto 5 Stelle rappresenta la condanna finale per i suoi tentativi di mettere in piedi un esecutivo. Ormai, l’unica via per il segretario Pd pare quella di rimettere il mandato nelle mani del Capo dello Stato. Il quale, secondo i rumors, non avrebbe nessuna intenzione di spedirlo alle Camere “alla cieca”, in cerca di oltre trenta franchi tiratori tra i vari partiti.

Del resto, sono i numeri a condannare Bersani: al Senato, dove nessuno schieramento può contare sulla maggioranza assoluta, l’evaporazione definitiva dei 54 voti del MoVimento 5 Stelle equivale alla messa in minoranza dell’ipotetico esecutivo.

Scorrendo rapidamente i rapporti di forza, infatti, vediamo come Bersani potrebbe contare sul sostegno di 122 senatori (106 del Pd, 9 del Gruppo Misto e 7 delle Autonomie), contro l’opposizione dei 53 grillini, di 91 parlamentari del Pdl, 16 della Lega Nord, 3 delle Autonomie, 2 dal Misto e i 10 Del neonato gruppo Grandi autonomie e libertà. Totale: 175, con la maggioranza assoluta di palazzo Madama fissata a 159.

Restano, poi, fuori dal computo i 21 voti di Scelta civica che, qualora decidessero di pronunciarsi a favore di Bersani, non riuscirebbero in alcun modo a invertire la rotta suicida del governo. Da parte del Pd, in aggiunta, non sono arrivate aperture ufficiali alle offerte ripetute di Berlusconi, che era partito chiedendo il Quirinale per poi abbassare le pretese con un mesto Alfano vicepremier.

Dunque, a Bersani non resta che rassegnarsi? Al momento, pare di sì, ma qualche ipotesi “estrema”, nelle ultime ore di trattative, resta ancora in piedi. L’ultima, ad esempio, è quella di una migrazione a sorpresa dei senatori della Lega Nord e del Gruppo Gal a favore dell’esecutivo: in questo scenario, allora, il segretario Pd riuscirebbe miracolosamente a ottenere una fragilissima maggioranza.

A quale prezzo, però, non è ancora dato sapere: se la Lega ha già annunciato che non prenderà decisioni in contrasto con Berlusconi, anche sull’inedito Gal si allunga fortemente l’ombra del Cavaliere. Al suo interno, infatti, si trovano alcuni transfughi leghisti o altri uomini di fiducia, tra cui il portavoce Mario Ferrara, fedelissimo dell’ex presidente del Senato, e ora capogruppo Pdl, Renato Schifani.

Insomma, a Bersani resta solo l’ipotesi di vendere l’anima al Cavaliere o a qualche suo ologramma. Se il governo otterrà in questo modo l’appoggio del Senato ci troveremo di fronte alla nuova versione delle cosiddette “larghe intese”: quella dell’inciucio mascherato.

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