La decisione di Benedetto XVI di abbandonare la cattedra di Pietro ha colto di sorpresa il mondo intero. Parole di ammirazione o di sconforto sono state pronunciate unilateralmente da fedeli, atei e sacerdoti. Il pontefice ha motivato la propria scelta adducendo i crescenti problemi di salute che non gli permetterebbero più di seguire adeguatamente il “mandato”, sia da un punto di vista fisico che mentale.

Nonostante la smentita di padre Federico Lombardi, portavoce della Santa Sede, non risulta arduo dedurre come dietro alla rinuncia ci siano anche le problematiche inerenti le lotte di potere e gli scandali che hanno recentemente attraversato le porte vaticane.  L’esempio dato dalle vicende “Vatileaks” dell’anno appena trascorso, con la pubblicazione di lettere e documenti segreti trafugati in Vaticano, ha tracciato per la alte gerarchie ecclesiastiche il profilo di uno scenario alquanto intricato.

Con molte probabilità, il gesto di Papa Ratzinger ha trovato un saldo rinforzo nella constatazione di non essere stato sufficientemente in grado di porre un freno allo svilente stato delle cose. Il Santo Padre “ha molto sofferto per alcuni aspetti inerenti alla sua carica”, ha sottolineato con rammarico Max Seckler, figura profondamente vicina a Benedetto XVI.


Ora si è aperto il sipario sui papabili candidati alla suprema carica cattolica. Trecento anni fa, la Curia di Roma era frazionata in due parti: il partito dei conservatori, gli Zelanti, e quello dei mondani, i Cortigiani. Oggi il canovaccio di fondo è simile: si ritrovano da un lato i Cortigiani di Tarciso Bertone, segratario di Stato, e dall’altro gli Zelanti di Angelo Sodano e Camillo Ruini.

Benedetto XVI, portando a conoscenza il segretario di Stato della dolorosa scelta dimissionaria soltanto in seconda istanza, pare aver segnato una linea di demarco a favore della corrente clericale “mondana” per l’imminente Conclave.

Giovanni Battista Re, wojtyliano già a capo della congregazione dei vescovi, diventerà decano del collegio cardinalizio sostituendo per motivi anagrafici Angelo Sodano, 85enne, nel  Conclave. L’esponente anti-bertoniano forse più accreditato sembra essere Angelo Scola, arcivescovo di Milano, supportato altresì dal pontefice uscente.

Tra le fila degli Zelanti si profilano anche altri nomi plausibili: primo fra tutti quello di Marc Ouellet, canadese, prefetto della congregazione dei vescovi; fa seguito il nome di Angelo Bagnasco, presidente della cei; il terzo riferimento va all’argentino Leonardo Sandri, prefetto per le Chiese orientali; mentre gli ultimi rimandi sono per l’austriaco Christoph Schönborn e per l’ungherese Péter Erdo.

In vista della schiusa del Conclavesi elevano in superficie anche i profili di due curiali nostrani, a metà strada tra l’orientamento degli Zelanti e quello dei Cortigiani: si tratta di Mauro Piacenza, prefetto per il Clero, e di Gianfranco Ravasi, attuale presidente del pontificio consiglio per la Cultura.

Al di là delle possibili speculazioni, il comune denominatore che pare assemblare le diverse volontà è quello che propende verso l’elezione di un papa che abbia “vigore”, tanto nel corpo quanto nell’animo, come implicitamente suggerito dallo stesso Ratzinger.

In questo senso, l’esempio più rappresentativo è forse quello dato da Karol Wojtyla, eletto a soli 58 anni, il quale ha sostenuto un mandato lungo ben 27. Ai decani sovracitati: Angelo Scola (71 anni), Christoph Schönborn (68), Marc Ouellet (69), Gianfranco Ravasi (appena 70enne), Mauro Piacenza (69), Angelo Bagnasco (70); avanzerebbero dunque i candidati anagraficamente più avvantaggiati: Péter Erdo (60enne), Luis Antoin Tangle (arcivescovo di Manila, 55 anni), Reinhard Marx (presidente della Commissione episcopale europea, 60enne), Robert Sarah (arcivescovo guineiano, 67 anni), il ghanese Peter Appiah Turkson (capo del Consiglio Giustizia e Pace, 65enne), passando per gli arcivescovi Odilo Pedro Scherer (di San Paolo, 64 anni) e Timothy Micheal Dolan (capo dei vescovi USA, 63).

Tra gli aspiranti ultra settantenni qualcuno preferisce già fare un passo indietro, come l’honduregno Oscar Andres Rodriguez Maradiaga, arcivescovo di Tegucigalpa, il quale ammette di non essere in grado di indossare le vesti papali a causa dell’estenuante carico fisico e ed umano che l’incarico comporta.

Tutto il mondo rimane, dunque, fermo dinanzi l’ipotetica decisione dei 117 cardinali elettori nel Conclave che si terrà intorno alla metà del mese di marzo, 15-20 giorni dopo l’avvio della Sede Vacante. Come sancito dal più accreditato giornale argentino, il Clarin, “nella scelta del nuovo papa, c’è una possibilità crescente che possano cambiare tradizioni e criteri profondamente radicati e non è esclusa la sorpresa”.


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3 COMMENTI

  1. Le dimissioni di Benedetto XVI fanno presagire l’assenza di un Dio nel mondo. E’ grave, invece, quello che ha fatto.E come se avesse lasciato il mondo privo di speranza .

  2. Ma quante elucubrazioni sulle dimissioni del buon Benedetto XVI e sulla sua successione. Credo che se potesse parlare come un laico qualsiasi, a chi gli chiede perché lo ha fatto, risponderebbe sconsolato: “Mi hanno rotto…” E ne avrebbe ben donde! Basta ricordare il
    precedente monito ai suoi (cosiddetti) “pastori” di non mordersi tra di loro per le brame di potere… Prima ancora c’erano stati gli abusi… coperti, quindi il “corvo” e le lotte interne.
    Ha fatto benissimo, oltretutto fresco di rinnovo di valvole cardiache! Ma chi glielo faceva fare di continuare a struggersi nell’incapacità di fermare il progressivo deterioramento della sua… multinazionale? Bene così, e meglio sarebbe che invece di stare ancora lì, in quella pentola ribollente, a beccarsi gli spruzzi dei “soliti noti” se ne andasse a riposare nell’amata Baviera, nel calore dell’affetto della sua gente e dei milioni di estimatori che ha in tutto il mondo. Bravo Benedetto! Scelta a lungo meditata e assolutamente giusta!
    Ora la palla passa in un campo di gioco a noi tutti ancora ignoto. Il gioco delle correnti può fare la sua parte, ma per il bene della mia amata Chiesa cattolica mi auguro che non gli subentrino facce come quella di Scola! La mia personale propensione è per Bagnasco, veramente “super partes” e capace di vivere nella verità, ma anche l’austriaco o il ghanese (ideale come papa nero, come peraltro Robert Sarah, un grande) mi andrebbero bene. Mentre, a livello di gestione finanziaria della multinazional vaticana l’uomo giusto potrebbe essere Timothy Dolan di New York, espertissimo di gestione e finanza. Ultimo, ma particolarmente a me caro – e non solo a me – Ravasi, che non ha certo il “sense of mission” del pastore, ma che è una persona integerrima, colta, affabile, comunicativa come poche. Lo vedrei bene come Segretario di Stato:

  3. il papa si sente che non ha piu’ le forze di continuare e non vuole ridurse come il suo predecessore e quindi semplicemente si dimette

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