I monopoli, tranne quelli di Stato – che in alcuni casi rovinano la salute delle persone, anzi le uccidono proprio – non piacciono a nessuno, in particolar modo a chi li subisce e all’Antitrust. Il caso di Google è emblematico, perché si tratta di una posizione dominante che, in fondo, avvantaggiata sugli altri sarà sempre perché nell’immaginario collettivo il motore di ricerca universale è Google, la posta che si installa più facilmente sugli smartphone – e anche sugli i-phone, qui siamo in democrazia totale? – è GMail, chiunque lavori alla redazione di siti internet si rifà a Google Analytics. Personalmente, a cappello della notizia che non ritengo così slegata dal contesto globale del dominio pubblico di Big G, ritengo che chi è talmente bravo da dominare la scena si meriti i vantaggi derivanti dalla pubblicità che le sue capacità, come un boomerang, gli portano inevitabilmente indietro.

Qui, però, ballano miliardi, e quando la posizione dominante rischia di trasformarsi in una “causa perdurante”, allora anche Big G cala la testa e cerca l’accordo che, secondo il Financial Times, sarebbe già stato trovato con l’Unione Europea. Del resto, le indagini della UE, durate circa 24 mesi, avevano individuato anomalie nel modo con cui il motore di ricerca favorisce i propri prodotti nei risultati e declassa i contenuti di potenziali concorrenti rendendoli meno visibili, oltre a imporre contratti che limitano lo spostamento della pubblicità verso altri motori di ricerca.

A fare pressione con richieste di intervento e ricorsi appositi erano stati i principali contender di Google, ossia Microsoft, Expedia e TripAdvisor, inferociti per come Big G ‘interpretava’ (o interpreta?) le norme sulla concorrenza e pronte a continuare nella loro crociata se, per caso, questo accordo non li soddisfi o comunque si riveli solo un’escamotage, visto che è stato proposto proprio dall’azienda sotto accusa.


Gli oggetti del contendere, che sfociano nella pubblicità sospetta, sono diversi: si va dal rapporto con i motori di ricerca specializzati (o “verticali”), l’uso non autorizzato di contenuti di terze parti, l’esclusività nell’accesso alla piattaforma pubblicitaria Adsense e la portabilità verso l’esterno delle campagne promozionali di Adwords. Difficile, francamente, avere la certezza che i cervelloni di Santa Clara non si inventino un modo per sfruttare la loro prevalenza e, tornando al principio, la loro maggior visibilità rispetto ai concorrenti, anche se d’ora in poi dovranno stare più attenti, perché il rischio di incriminazione formale c’è, è latente, sussiste, anche se per ora pare scampato.

Per Google non si tratta del primo “attacco al potere”, del resto: la Federal Trade Commission è vicina a un’intesa da 22,5 milioni di dollari con il colosso di Mountain View in seguito alla violazione delle impostazioni sulla privacy del browser Safari, così come è ancora ‘roba’ recente l’indagine condotta dalle autorità di vigilanza francesi sulla raccolta di informazioni delle Google car per i servizi Street View e Latitude.

Forse, ma questa è solo una provocazione della nuova generazione che lavora con Internet (cioè tutti), con gli smartphone e con i dati pubblicitari per forza di cose influenzati da Google, ai concorrenti converrebbe cercare di ‘essere più bravi’ di Big G, invece di andare a pizzicare, peraltro legittimamente, le invasioni al limite dell’illegittimo di chi domina la concezione web da ormai 15 anni. Non è dietrologia, ma solo la fisiologica conseguenza di chi, dominando la scena, trae dei vantaggi in un oceano sconfinato e per questo di difficile perlustrazione globale, come la rete.

 


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