Province, atto finale

Luigi Oliveri 19/06/12
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L’atto finale del taglio delle province, forse, si avvicina. L’esame più approfondito, tramite l’abbozzo di spending review che tecnici e tecnici al quadrato stanno in qualche modo raffazzonando, fa capire che risulta opportuno agire su due fronti.

Il primo è la soppressione delle province con popolazione inferiore ai 300.000 abitanti. Siamo a giugno del 2012. La stessa, identica, proposta era stata inserita solo 10 mesi fa, nel ferragosto 2011, nella seconda manovra estiva, per poi essere cassata in sede di conversione del d.l. 138/2011.

Sono passati invano 10 mesi per riproporre nuovamente la stessa idea. Segno che, come ha detto qualche Ministro, effettivamente la cosiddetta “ideona” non c’è, anche per evidente assoluta mancanza di visione e di fantasia da parte non solo dei ministri, ma anche degli apparati, evidentemente capaci di produrre solo un certo tipo di manovre, come in un disco rotto. Ne è esempio la recente uscita sull’eliminazione di una settimana di ferie, per rilanciare il Pil di un punto. Amenità simile fu inserita sempre nella seconda manovra estiva del 2011, a proposito di eliminazione delle giornate festive non religiose (alla quale, comunque, non si è dato seguito almeno nel 2012).

Sembra davvero incredibile che priorità e modalità di intervento siano dettati dalle semplicistiche inchieste giornalistiche, le quali da tempo hanno preso di mira le province come esempio di un taglio da effettuare per risanare i conti pubblici, nonostante i fatti ed i conti smentiscano drasticamente tale indicazione.

I risparmi dalla totale eliminazione delle province non supererebbero, limitandosi ai costi della politica, i 130 milioni di euro, come ha rilevato l’ufficio studi della Camera a proposito della sciagurata previsione contenuta nell’articolo 23 del d.l. 201/2011, convertito nella legge 214/2011, il cosiddetto “decreto salva Italia”, che a ben vedere ha salvato piuttosto poco.

Per aversi un risparmio reale, non vi sarebbe che una strada: oltre ad eliminare il “chi”, cioè le province, non resta che eliminare anche il “che cosa”, cioè ciò che le province fanno.

Il populismo da bar o le semplificazioni da inchiesta che dà di gomito ai cittadini esasperati, portano ad affermare che le province “non servono a niente”, non fanno nulla e così via.

Veniamo, allora, al secondo fronte. Se da un lato pare che comunque un consistente numero di province resterà per effetto dell’eliminazione di quelle più piccole (si stima una settantina di province ancora in piedi), dall’altro lo sciagurato articolo 23 della legge 214/2011 prevede che con leggi statali o regionali, a seconda delle competenze, le funzioni delle province siano attribuite ai comuni o alle regioni, laddove non sia possibile assegnarle ai primi. Dunque, il Legislatore stesso fa una scoperta molto originale, evidentemente sfuggita agli astanti del precitato bar ed agli occhiutissimi giornalisti di inchiesta-antisprechi: le province esercitano delle funzioni! Se così non fosse, non potrebbero essere traslate verso altri enti.

Il problema è che quelle funzioni vanno indagate e conosciute. Ma questo sforzo, evidentemente, appare improbo. Le inchieste giornalistiche nemmeno si sognano di cercare di capire cosa concretamente facciano le province, e si può anche comprendere. Meno giustificabile è che esattamente quali siano le funzioni delle province non lo sappiano nemmeno lo Stato e le regioni, sebbene per effetto del d.lgs 112/1998 e delle conseguenti leggi regionali attuative essi abbiano assegnato molteplici funzioni amministrative, in adempimento al disegno di decentramento amministrativo impostato dalla legge Bassanini-1 (59/1997), in aggiunta alle altre funzioni storiche.

La Regione Veneto, per cercare di vederci chiaro, ha chiesto alle province di elencare, dunque, quali funzioni svolgano le province stesse. In allegato si può vedere la prima sommaria ricognizione di una delle province interessate, per accorgersi che le competenze provinciali, attribuite sia da Stato sia da regione, sono estremamente vaste. Ma, soprattutto, quasi tutte con la sola eccezione di alcuni servizi sociali, difficilmente attribuibili ai comuni, pena uno “spezzatino” ingestibile ed inefficiente di attività che per loro stessa natura richiedono un’area territoriale superiore a quella comunale, ma inferiore a quella regionale.

Il solo esempio delle funzioni in tema di lavoro è illuminante. L’offerta di lavoro o di formazione ad un disoccupato è “congrua” se, oltre ad altri elementi, la sede di lavoro o dell’ente di formazione disti in un raggio di non oltre 50 chilometri dal domicilio dell’interessato o sia comunque raggiungibile con mezzi di trasporto pubblico con percorsi non superiori a 80 minuti. Indirettamente, in questo modo, quanto meno rispetto al mercato del lavoro, il legislatore fornisce un elemento per stimare cosa si intenda per “area vasta”. Ma, il lavoro dovrebbe essere la guida per la ricognizione di un territorio omogeneo, nel quale programmare e gestire lo sviluppo economico. All’interno di una regione non vi è un unico mercato del lavoro, ma tanti mercati, che si tipicizzano nei distretti ed in aree il cui governo non può essere quello introspettivo legato ai confini di un comune.

Non è poi così difficile comprendere che questi identici ragionamenti si estendono all’istruzione e all’edilizia scolastica, alla programmazione urbanistica, agli interventi sull’ambiente, ma comunque agli altri e tantissimi aspetti delle attività delle province.

E’ piuttosto evidente che, quella essendo la quantità e qualità delle funzioni provinciali, difficilmente si riuscirebbe ad eliminare il “che cosa”. E, dunque, mai si otterrebbe il risparmio secco del volume di spesa di poco più di 12 miliardi di euro movimentato da questi enti. Semplicemente, la medesima cifra sarebbe spesa da altri soggetti, i comuni e le regioni, probabilmente con maggiore inefficienza organizzativa.

E’ facile supporre, infatti, che sia gli uni, sia le altre, tenderebbero a considerare le funzioni provinciali ad essi traslati un corpo estraneo, sul quale intervenire in via non prioritaria. Altrettanto semplice immaginare che il personale ex provinciale transitato possa essere molto velocemente avviato a coprire i tanti buchi in funzioni e competenze proprie e tipiche dei comuni e delle regioni, a detrimento, dunque, delle attività provinciali.

Eppure, proprio sulla questione delle competenze si sta giocando la parte più importante della disordinata riforma che si propone. La Carta delle autonomie prevede una riduzione drastica delle funzioni, senza considerare alcun criterio di territorialità nemmeno lontanamente simile a quello della proposta congrua di lavoro esemplificata prima: tanto è vero che la Carta non menziona le funzioni del mercato del lavoro tra quelle che residuerebbero alle province, nonostante esse siano considerate “fondamentali” dalla legge sul federalismo fiscale e nonostante su tali funzioni siano già stati determinati i fabbisogni standard.

Chi di competenza, invece di limitarsi a leggere le inchieste, utili per conoscere meglio gli sprechi ma insufficienti per fondare su di esse un ragionamento su nuovi assetti istituzionali, farebbe bene ad esaminare con molta attenzione l’elenco delle funzioni provinciali e l’attitudine di comuni o regioni a svolgerle. Così anche da riflettere un po’ di più ed evitare che nelle more qualcuno, come spesso accade, voglia essere più realista del re. Come proprio la Regione Veneto, la quale nonostante abbia intavolato con le province un sistema di ricognizione delle funzioni finalizzato all’emanazione della legge che entro il 31.12.2012 dovrebbe riarticolare le competenze provinciali dettate dalle leggi regionali, unilateralmente sta riappropriandosi di competenze e funzioni in tema di cave, tirocini estivi ed apprendistato, motivando ciò con l’osservazione della prossima sottrazione delle funzioni provinciali e senza nemmeno curarsi minimamente di attuare quanto l’articolo 23, comma 19, della legge 214/2011 prevede: “Lo Stato e le Regioni, secondo le rispettive competenze, provvedono altresì al trasferimento delle risorse umane, finanziarie e strumentali per l’esercizio delle funzioni trasferite”. Del trasferimento di risorse, nelle ipotesi di leggi regionali venete, non v’è nemmeno l’ombra. Il modo ideale, insomma, per attuare la riforma delle province innescando processi di inefficienza gestionale e esuberi a catena di personale.

In tutto questo frangente, consorzi, consorzi di bonifica, bacini imbriferi, magistrato delle acque, enti parco, enti ed entarelli regionali, comunità montane ed unioni di comuni di ogni genere, continuano ad esistere e a persistere nel frastagliare le competenze ed a sovrapporle a quelle di comuni e province in particolare, senza che nessuno sia in grado di capire quali e quanti siano, quali spese movimentino, quale utilità concreta abbiano (visto che esercitano acclaratamente funzioni sovrapposte a quelle degli enti locali), senza esaminare nemmeno l’opportunità di accorpare questi enti a comuni o province, il che darebbe davvero una spinta razionalizzatrice al sistema istituzionale. Ma, forse, le cariche di amministratori di questi enti sono troppo importanti per garantire un futuro a chi abbia imboccato il viale del tramonto politico ed assicurargli una conclusione di carriera comunque redditizia e di potere.

La strada verso l’irrazionale modifica ordina mentale che riguardi le province appare spianata, in ogni caso.

Una considerazione finale va fatta. Il legislatore è ovviamente libero di apportare all’ordinamento tutte le riforme che crede. E’ di questi giorni la conferma, però, che le avventure servono a poco e costano tanto, tantissimo. Ci si riferisce alla pletora di agenzie sorte a partire dal 1999, enti serviti quasi solo a spacchettare direzioni generali dei ministeri, creando nuovi presidenti, nuovi direttori, nuove direzioni generali, migliaia di dirigenti a contratto cooptati non si sa come e perché. L’agenzia dei segretari comunali è stata soppressa, l’agenzia del territorio viene accorpata a quella delle entrate, i monopoli di Stato confluiscono nell’agenzia delle dogane. Facile immaginare che anche queste altre agenzie non avranno ulteriore vita lunga.

Altrettanto facile è preconizzare che se la riforma delle province proseguirà lungo la strada segnata, entro un decennio occorrerà ripensarla e correggerla, tali le incongruenze e le inefficienze si riveleranno come per quello che già oggi appaiono.

 

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