L’assistente sociale coi tre amici si interroga…sul suo mestiere

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L’altra mattina al bar della stazione si era seduta con noi l’assistente sociale, mia amica, che doveva andare al Tribunale di Forlì per una pratica. Sapeva già che l’uditorio con lei era ben disposto e ne approfittò per sfogare tutte le frustrazioni del suo lavoro. Un lavoro pagato un quarto di quello di un medico e la metà dello stipendio da psicologo per far fronte a mille impegni e mille responsabilità nella più completa solitudine. Dello stipendio sapevamo tutti e nessuno osò ribattere, men che meno i due dottori presenti, ma sulla solitudine il professore di filosofia disse la sua. Dal suo passato di professore alle scuole medie, dove in classe vi erano integrati i bambini con handicap, ricordava bene gli incontri con l’équipe sociosanitaria che aveva in carico il bambino, nella quale l’assistente sociale lavorava fianco a fianco con lo psicologo, il medico e il riabilitatore. Molta acqua era passata sotto i ponti e aveva travolto anche i ponti che esistevano tra le diverse professioni di aiuto, replicò l’assistente sociale. Erano ormai lontani gli anni ’80, subito dopo la Riforma Sanitaria, che giustamente parlava di aziende sociosanitarie, perché nella cura del bambino o dell’anziano o della famiglia povera ed emarginata la “cura” delle persone non poteva essere solo medica, solo psicologica o solo sociale, ma doveva essere strettamente integrata e per questo i professionisti lavoravano l’uno accanto all’altro completandosi e supportandosi a vicenda. Poi sanitario e sociale avevano preso strade diverse, più per ragioni politiche che tecniche, e gli uni operavano senza sapere che cosa facessero gli altri con un carico insostenibile soprattutto per l’assistente sociale. Lo psichiatra aggiunse la sua indignazione sulle ragioni politiche. Infatti, disse, i Comuni avevano voluto riappropriarsi della gestione dei servizi sociali più per ragioni di potere che per motivazioni scientifiche. E così mentre la scienza sosteneva la validità del modello integrato bio-psico-sociale della cura del malato, soprattutto se povero ed anziano, l’organizzazione andava in senso del tutto contrario collocando ogni assistente sociale nella solitudine di un ufficio comunale ad affrontare da sola i bisogni più disparati, il bambino con handicap, il bambino abusato, la ragazza madre, la coppia separata, il disoccupato col vizio del bere, l’anziano non autosufficiente, senza curarsi di competenze peculiari e senza potersi collegare a medici o psicologi specialisti. Tanto che, concluse in bellezza il pediatra, ormai l’assistente sociale era vista con sospetto non solo dalle famiglie, ma anche dai servizi sanitari e dai media, come quella cattiva, alleata del giudice cattivo, che ruba i bambini alle famiglie in difficoltà. Ma questo non era vero, perché…L’assistente sociale continuò, ma io dovetti salutare tutti in gran fretta. Mi era venuto per fortuna in mente che ero impegnato tutta la mattina col mio babbo anziano in tre luoghi differenti: prima all’ospedale per fare gli esami del sangue, poi al Consultorio Demenze per visite e terapia medica del geriatra, infine al Comune con l’assistente sociale per la pratica dell’invalidità. Perché l’integrazione, se non la fanno i servizi, la devono fare i pazienti e i loro parenti.