Incidente sul lavoro a Trieste. Una morte troppo italiana

Luigi Oliveri 15/12/11
Scarica PDF Stampa
Non c’è cosa più nobile del lavoro.

Ancora più nobile è il lavoro manuale, che ti stanca, ti sfianca, ti fa tornare la sera stremato per quel che hai prodotto.

Ancor più nobile è questo lavoro, se a farlo è un giovane, alla ricerca di un’esperienza.

Francesco Pinna aveva tutti questi quarti di nobiltà. Arricchiti ulteriormente dalla circostanza che egli ambiva a divenire ingegnere.

Studiava all’università, Francesco. E per pagare i costi degli studi, lavorava in un cantiere, in uno di quelli che, tra qualche anno, avrebbe magari diretto. Forte dell’esperienza fatta da operaio, consapevole del valore dell’opera manuale, indispensabile per attuare anche il migliore e più avanzato dei progetti.

Ammirevole, Francesco, capace di stare in quella bassissima percentuale di giovani in grado di trovare un lavoro, senza disdegnare affatto quello da operaio. Per altro con il geniale abbinamento del duro lavoro col piacere della passione per la musica.

Difficile la vita in un Paese nel quale un giovane per studiare deve mantenersi con un lavoro che non si trova, senza storcere il muso per la distanza tra il proprio percorso di studi e la mansione svolta. Un lavoro pagato nemmeno 10 euro l’ora.

Strano un Paese nel quale per allineare all’Europa gli emolumenti dei politici si fanno lavorare per mesi commissioni, che studiano come riuscire in questa impresa, incredibilmente così complicata.

Strano un Paese nel quale un giovane studi e lavori e muoia sul lavoro, con uno stipendio molto, molto lontano dai minimi dei grandi Paesi europei, ai quali vogliamo, vorremmo allinearci.

Uno stipendio troppo poco europeo.

Una morte troppo italiana.