Il Governo ha perso le elezioni amministrative, deve dimettersi?

Redazione 31/05/11
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Se la matematica non è un’opinione, allora i numeri usciti da questa tornata elettorale lanciano un chiaro ed inequivoco messaggio: un solo Paese, due maggioranze distinte. Il dato politico è forte, e per la maggioranza di Governo ha la stessa delicatezza di un pugno in pieno volto.

Da Trieste a Crotone, da Novara a Cagliari, da Pordenone a Grosseto, da Torino a Bologna, passando per il plebiscito di Napoli e giungendo infine alla clamorosa espugnazione di Milano: inarrestabile il vento che ha soffiato da centro sinistra.

Più controverso, invece, il dato democratico: come si può coniugare questa maggioranza presente oggi negli enti locali con la maggioranza di segno opposto che siede in Parlamento? E che ripercussione potrà avere questa pesante sconfitta sull’attuale Governo?

Un problema già noto, conseguenza capricciosa dello sfalsamento temporale tra elezioni politiche e elezioni amministrative. E sappiamo del resto quanto poco tempo serva agli italiani per cambiare orientamento politico.

La questione che oggi si pone è se l’attuale Presidente del Consiglio dovrebbe dimettersi o, viceversa, espletare il mandato ricevuto dalla maggioranza degli italiani nel 2008, fino a fine legislatura (2013).

Quindi, dobbiamo chiederci se la rilevanza di questo voto amministrativo sia tale da provocare, a livello nazionale, una crisi di Governo.

Costituzionalmente, nulla obbliga il Presidente del Consiglio alle dimissioni, se non il venir meno del rapporto di fiducia intercorrente con il Parlamento. Ci troveremmo, in tal caso, nel bel mezzo di una crisi parlamentare, venendo a mancare al Governo il sostegno della maggioranza dei deputati o dei senatori.

Ipotesi questa piuttosto remota, contando il Governo su una maggioranza parlamentare sufficientemente solida, anche grazie ad una prassi recentemente affermatasi che vede deputati e senatori passare da uno schieramento all’altro con parecchia disinvoltura.

Più probabile, invece, l’ipotesi di una crisi di Governo extraparlamentare, in seguito alle tensioni interne tra le varie forze politiche che lo compongono.

Sul punto, possiamo citare il precedente del Presidente del Consiglio Massimo D’Alema che, nell’aprile del 2000, si dimette in seguito alla sconfitta alle elezioni regionali (nelle quali si era pubblicamente annunciato come sicuro vincitore).

Portarono ad una identica crisi di governo extraparlamentare anche i risultati delle elezioni regionali dell’aprile del 2005.

Sotto il Governo Berlusconi, 12 Regioni su 14 al voto andarono al centro-sinistra. La crisi portò ad un rimpasto di Governo, ma Berlusconi restò saldamente al proprio posto (cadrà all’inizio dell’anno dopo).

Oggi c’è tuttavia una dato da considerare, che mancava allora.

Non si può negare il maggiore tasso di democraticità garantito dal sistema elettorale degli enti locali, anche solo per la presenza di quel meccanismo intriso di sovranità popolare che prende il nome di “voto di preferenza”, e che una scellerata legge elettorale nazionale ci priva di esercitare durante le elezioni politiche.

Dunque prima di licenziare i risultati del voto come quisquilie locali, sarebbe opportuno valutarne realmente il peso. Poi, certo, una cosa è il Governo degli enti locali, un’altra quello del Paese.

Senza dimenticarci però, che l’art. 114 della Costituzione afferma che la Repubblica, è costituita dai Comuni, dalle Province, dalle Città metropolitane, dalle Regioni e, soltanto dopo, dallo Stato.

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