C’era una volta l’iniziativa legislativa popolare…

Redazione 10/09/11
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C’era una volta, nel sistema costituzionale italiano, un istituto di democrazia diretta che prendeva il nome di “iniziativa legislatore popolare”.

Si trattava di una forma di partecipazione attiva dei cittadini alla vita politica talmente importante che i padri costituenti, per sancirne la rilevanza, decisero di inserirlo direttamente nella legge suprema dello Stato, la Costituzione Repubblicana, al secondo comma dell’art. 71, dove ancora è possibile apprezzarne l’antico splendore.

Il popolo esercita l’iniziativa delle leggi, mediante la proposta, da parte di almeno cinquantamila elettori, di un progetto redatto in articoli”, si legge nel vetusto libello.

Per non lasciare nulla al caso, si pensò perfino a disciplinarne il procedimento, attraverso gli artt. 48 e 49 della legge 25 maggio 1970 n. 352, stabilendo che il progetto, accompagnato dalle firme degli elettori proponenti, dovesse essere presentato a uno dei Presidenti delle due Camere, il quale a sua volta lo presentava alla Camera di competenza che provvedeva a verificare il computo delle firme e ad accertare la regolarità della richiesta.

Per facilitare il funzionamento di tale prezioso strumento, l’accorto legislatore chiarì anche che le modalità di raccolta delle sottoscrizioni fossero del tutto analoghe a quelle previste per le richieste referendarie e che, udite udite, diversamente dagli altri progetti di legge, quelli di iniziativa popolare non decadessero a fine legislatura e pertanto non dovessero essere ripresentati.

Ma in verità, queste formidabili armi preposte a difesa del prezioso strumento di democrazia diretta, non riuscirono ad impedirne la sconfitta e la conseguente inevitabile scomparsa, nella guerra contro un mostro arrogante e malvagio chiamato “Casta”.

Fu una guerra lunga e cruenta, e l’iniziativa legislativa popolare, pur riportando un’unica piccola vittoria, con la legge sui quadri intermedi che nel 1985 modificò l’art. 2095 del codice civile, venne definitivamente sconfitta il 10 settembre 2011, esattamente quattro anni dopo che un brillante giullare di corte con un Grillo per la testa, raccolse 350.000 firme (sette volte di più di quelle necessarie) a sostegno di un disegno di legge di iniziativa popolare regolarmente consegnate nel tetro palazzo senatoriale dove la Casta viveva rinchiusa.

E cosa fece la Casta – chiederete voi – con quei disegni di legge sottoscritti da così tanti cittadini?

Li esaminò? Li valutò? Li approvò? Li bocciò?

No, niente di tutto questo.

Fece la cosa peggiore di tutte: li ignorò.

L’indifferenza è capace di uccidere anche il più tenace e valoroso dei guerrieri.

E così accadde per il nostro disegno di legge di iniziativa popolare, sostenuto da 350.000 cittadini.

Sfiancato dalla polvere che quotidianamente ingoiava negli angusti cassetti parlamentari e inorridito dall’assordante silenzio che lo circondava, dopo quattro anni di stenti, alla fine perì.

Il 10 settembre 2011, il giullare dal Grillo per la testa, novello Priamo, si presentò al palazzo senatoriale per chiedere la restituzione del cadavere.

E la storia ricorderà per sempre quel giorno come quello in cui 350.000 gloriosi pacifici cittadini onesti seppero coraggiosamente tener testa per quattro anni a 315 senatori, sacrificandosi in nome di un diritto costituzionale sancito da una legge suprema.

Che il loro martirio non sia stato inutile.

Redazione