La tensione sullo scenario politico è alle stelle. Dopo il fallimento del modello tedesco sulla legge elettorale, e il primo turno delle amministrative, i partiti hanno tirato fuori le unghie – e non solo quelle, ahinoi – nel corso del dibattito sullo ius soli, la legge sulla cittadinanza ai figli di stranieri, tornata prepotentemente in Senato e su tutti i media.

L’aula di palazzo Madama, dopo ore intense di dibattito, sceneggiate, cartelloni che hanno riportato alla memoria i giorni più cupi della prima e della seconda Repubblica, ha incardinato il provvedimento che vuole conferire la patente di cittadino italiano a tutti i nati sul territorio nazionale.

Una misura che fa discutere e che vede Lega Nord, come prevedibile, e MoVimento 5 Stelle, in maniera un po’ meno attesa, levare gli scudi contro la maggioranza che lo ha portato all’attenzione dell’emiciclo. Per i grillini, la linea scelta è quella dell’astensione, che però in Senato va intesa come voto contrario: dunque, una scelta di campo netta su un tema spinoso come quello dell’italianità per i cittadini immigrati e i loro discendenti.

Ma cosa è lo ius soli e perché divide così tanto i partiti?

Con la legge attualmente in discussione al Senato, l’obiettivo è quello di ampliare i criteri di concessione della cittadinanza, soprattutto nei riguardi dei bambini nati in Italia da genitori stranieri o entrati nel territorio statale in tenera età.

Lo ius sanguinis in vigore da oltre vent’anni – volgarmente, è italiano chiunque abbia almeno uno dei genitori di tale nazionalità – verrebbe sostituito con non uno, ma due criteri ribattezzati come noto, ius soli, da un lato, e ius culturae dall’altro.

Nel primo caso, che sarebbe un unicum nell’Unione europea, il disegno di legge prevede che ogni nascituro entro i confini dello Stato ottenga in maniera immediata la cittadinanza se almeno uno dei genitori si trovi in maniera legale in Italia da almeno cinque anni.

Oltre a questo requisito amministrativo, ne vengono previsti altri tre di tipi fiscale, immobiliare e linguistico: il genitore non comunitario deve infatti certificare un reddito non inferiore all’assegno sociale, un alloggio con i crismi di idoneità, e deve superare un test di lingua italiana.

In maniera differente, lo ius culturae introduce il principio secondo cui la cittadinanza italiana possa essere richiesta dai minorenni nati in Italia o qui arrivati entro il dodicesimo anno di età, che riescano a dimostrare di aver frequentato almeno cinque anni di scuola pubblica con il superamento di almeno un ciclo educativo. Per colork che siano arrivati in Italia tra 12 e 18 anni, la cittadinanza richiede in egual misura il completamento di un ciclo scolastico e la dimora entro i confini per non meno di sei anni.

VAI AL TESTO DELLO IUS SOLI 

 


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