referendum Brexit

Ora il patatrac è completo. Theresa May ha perso la propria scommessa elettorale e la situazione a Westminster pare davvero un nodo difficile da sciogliere. Dopo le elezioni, infatti, nessuno ha la maggioranza assoluta in Parlamento, né i Conservatori, né i Laburisti comunque in risalita.

Che il partito della premier uscente fosse in crisi di consensi lo si era intuito già dagli ultimi sondaggi, che davano il leader di centrosinistra Jeremy Corbyn in recupero. La prospettiva di “hung Parliament”, un Parlamento impiccato del tutto incapace di lavorare, ha initziato a materializzarsi sin dagli exit poll immediatamente dopo la chiusura dei seggi.

E man mano che lo spoglio proseguiva, scheda dopo scheda, collegio dopo collegio, lo stallo parlamentare, da pura ipotesi si è tramutato in cruda realtà. Al momento, pare che i Conservatori possano contare su una maggioranza relativa di 314 seggi, contro i 261 dei Laburisti – un picco mai più toccato dal 2010 – mentre gli indipendentisti scozzesi hanno raccolto 35 rappresentanti. Seguono, con risultati inferiori ma a questo punto decisivi, i LibDem con 12, e il Dup con 10.

Decisivi perché solo attraverso l’alleanza con una di queste due formazioni minori, Theresa May può sperare di rimanere in sella, o almeno provare a governare, sapendo però di avere un margine risicatissimo: la maggioranza assoluta sarebbe infatti di 326 seggi e May la supererebbe di pochissime unità.

Da sottolineare, infine, il crollo previsto di Ukip, il partito di Nigel Farage che ha portato il Regno Unito nel pantano Brexit: a un anno dalla clamorosa vittoria, scomparire completamente dai radar elettorali deve far riflettere anche dalle nostre parti.

Cosa può accadere

Ora tutto diventa più nebuloso, non solo per il Regno Unito, ma per l’Europa intera. Perché con la Brexit appena agli inizi di un cammino lungo e tortuoso – si è calcolato che dovrebbero essere rinegoziati circa 750 accordi nei prossimi mesi – tutto ciò di cui non si sentiva il bisogno era una leadership debole. Anzi, proprio questo è il motivo che ha convinto la premier a convocare le elezioni anticipate: per ottenere un mandato pieno e chiudere i conti con Bruxelles. Un progetto che però è già naufragato.

Del resto, se Brexit dev’essere, come deciso dal popolo inglese, allora che sia rapida e il più indolore possibile. Lunghi negoziati e cambi alla giuda politica del Paese non potranno che rallentare questo processo, con evidenti disagi per i cittadini inglesi e per tutti gli europei, che vedranno le istituzioni comunitarie impegnate in una procedura lunga e laboriosa.

Ma in maniera ancor più grave, l’esito incerto di queste elezioni inglesi, dimostra, a soli 12 mesi dallo shock del referendum di uscita dall’Unione, che con un po’ di convinzione in più dai principali partiti, questo salto nel buio si sarebbe potuto evitare respingendo Brexit.

I voti raccolti dai Laburisti dimostrano che non esiste solo la via del populismo in salsa nazionalista come alternativa agli ideali dell’Unione europea. La popolazione chiede più equità, maggior rispetto dei mercati locali in un mercato troppo lontano dall’economia reale. Una più convinta campagna per il Remain da parte di Jeremy Corbyn avrebbe certamente capovolto il risultato di quel referendum e con esso la storia del Regno Unito e dell’Unione. David Cameron sarebbe rimasto in sella, e il Labour avrebbe potuto prepararsi al meglio per spodestarlo alle elezioni successive.

Ora, invece, il caos regna sovrano…e che Dio salvi la Regina.


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