società partecipate

Ci si può domandare a che punto sia il processo avviato per ridimensionare la presenza degli organismi partecipati nel nostro paese, a distanza di tempo dal Dl 24 aprile 2014 n. 66, convertito in legge 89/2014, accompagnato dalla promessa del Governo Renzi di ridurre il numero delle partecipate da 8.000 a 1.000 nel giro di un triennio, con economie di scala e risparmi a regime per le finanze pubbliche in crescente difficoltà.

Il programma di razionalizzazione

Al decreto-legge 66/2014, come si ricorderà, ha fatto seguito il programma di razionalizzazione predisposto dal Commissario Cottarelli, che ha indicato una coraggiosa ricetta per lo sfalcio delle partecipate, puntando il dito contro la pletora di inutili “micropartecipazioni” comunali, le “scatole vuote” e le innumerevoli società pubbliche con reiterate perdite di bilancio.

In quel periodo, la pressione sul tema si era notevolmente accentuata con la relazione 2014 sugli organismi partecipati (Sezione Autonomie, delibera n. 15/SEZAUT/2014/FRG), ove la magistratura contabile ha fatto il punto sull’esternalizzazione di servizi in Italia, senza fare mistero del fatto che la gestione delle società partecipate è divenuta un nodo cruciale nel coordinamento della finanza pubblica anche a causa dell’incapacità dimostrata dal legislatore di elaborare un sistema normativo idoneo a fronteggiare la criticità della situazione.

Riduzione delle partecipate rimasta sulla carta?

In questi giorni è scaduto il triennio preannunciato da quell’annuncio governativo, per cui dovrebbe essere prossimo al traguardo il taglio radicale delle partecipate, mentre la realtà delle cose dimostra proprio il contrario.

Nonostante i numerosi piani di razionalizzazione approvati dagli enti dapprima ai sensi della legge 190/2014, la riduzione delle partecipate non è avvenuta ed è rimasta sulla carta.

Questa situazione paradosso evoca alla memoria l’analogo tentativo messo in atto dal legislatore con gli obblighi di ricognizione societaria imposti dall’art. 3, comma 27 e seguenti, della legge 244/2007, per vietare agli enti la costituzione o il mantenimento delle partecipazioni societarie attività di produzione di beni e servizi non strettamente necessarie per il perseguimento delle loro finalità istituzionali.

Anche in quel caso, gli obblighi vennero formalmente rispettati dagli enti pubblici ma poi in sostanza disattesi, tant’è che da allora in poi sono state costituite ben 1.264 nuove partecipate (il 16 per cento di quelle esistenti!).

Oggi emerge in modo sempre più chiaro che, nel corso degli anni, la ramificazione delle partecipazioni societarie dirette e indirette in mano alla Pa si è ramificata in maniera capillare, dando vita a una proliferazione organizzativa quasi impossibile da sradicare.

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Il rapporto sulle partecipazioni pubbliche

Il quadro impressionante che affiora dal “rapporto sulle partecipazioni pubbliche (Dati Anno 2014)”, pubblicato dal Dipartimento del Tesoro nel mese di novembre 2016, fa comprendere che il problema non è circoscritto alle 8.000 partecipate locali, ma si estende agli innumerevoli rapporti e collegamenti societari che proliferano dietro alle quinte.

Secondo quel rapporto, in base ai dati dichiarati dalle amministrazioni interpellate sono 48.896 le partecipazioni (di cui 35.034 dirette e 15.944 indirette) detenute in 8.893 organismi partecipati.

Come se ciò non bastasse, tale Dipartimento ha poi individuato ulteriori 44.384 partecipazioni non dichiarate, che portano il totale delle partecipazioni a quota 93.280.

Si tratta di una vera e propria galassia di organismi strumentali, che a dispetto dei proclami e degli sforzi intrapresi per chiudere le partecipate, tuttora prospera nei meandri della Pa, alimentando un sistema spesso inefficiente che drena senza tregua le risorse pubbliche, raccolte grazie al sistema di tassazione più cogente di tutta Europa.

 


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