donald trump presidente

Donald Trump è il 45esimo presidente degli Stati Uniti. E oggi non è il primo aprile.

Ribaltando tutti i pronostici, le previsioni, i sondaggi, e senza aver ottenuto alcun endorsement dagli organi di informazione, né dai capi di Stato esteri – a parte Vladimir Putin – il tycoon newyorchese è riuscito incredibilmente ad arrivare alla Casa Bianca sconfiggendo la sfidante Hillary Clinton. E così, dopo la Brexit, il 2016 si guadagna un altro motivo per entrare nei libri di storia.

L’ufficialità della clamorosa vittoria di Trump è arrivata solo in mattinata, al termine di una lunga notte elettorale che ha ricordato quella incertissima del 2000, quando Al Gore e George W. Bush si giocarono la presidenza per poche manciate di voti. E come accaduto sedici anni fa, al candidato democratico sconfitto dovrebbe andare la maggioranza dei voti popolari, che però non assicura l’altra, fondamentale, dei grandi elettori, ripartiti secondo il sistema elettorale in base alla popolazione dei singoli Stati federali.


Che la nottata sarebbe volta al peggio per Hillary, lo si è capito quando hanno cominciato ad arrivare i primi dati dalla Florida, l’area di battaglia per eccellenza, che Barack Obama aveva vinto in entrambe le elezioni dei suoi mandati. La caduta dello Stato costiero è stata l’apripista per la realizzazione dell’unico, praticabile “sentiero per la vittoria” di Donald Trump. Nei giorni scorsi, avevamo infatti notato come le previsioni sfavorevoli a Trump fossero dovute all’unica alternativa esistente per arrivare a quota 270 elettori, da presupporre una disfatta completa di tutti i maggiori sondaggi.

Per vedere il magnate presidente, era dunque necessario che tutte le rilevazioni in Florida, North Carolina, Ohio e negli altri Stati chiave venissero seccamente smentite. Ed è esattamente quello che è successo. Una dopo l’altra, sono cadute le roccaforti democratiche, fino all’insperata affermazione in Wisconsin, mai ipotizzata da nessun exit poll, che hanno consegnato a Trump la Casa Bianca fino al 2020.

Perché ha vinto Trump

Trump non ha vinto solo contro Clinton e i democratici, ma soprattutto contro un establishment che non lo ama né a sinistra né a destra, a cominciare proprio dal partito che lo ha candidato alla Casa Bianca. Molti big repubblicani si sono defilati nelle ultime settimane di campagna, lasciando il tycoon in completa solitudine e, forse involontariamente, rafforzando la sua alterità dal sistema politico agli occhi dell’elettorato, qualità poi risultata decisiva per l’elezione. Riuscendo a portare alle urne le masse rurali solite all’astensione, il capolavoro di Trump si è realizzato contea dopo contea, strappando alcuni feudi di comprovata fede democratica. D’altro canto, Hillary Clinton è stata tradita proprio dal suo punto di forza, l’elettorato delle minoranze: i latinos in Florida non hanno pesato, ma soprattutto in tutto il Paese appena il 12% degli afroamericani ha espresso il proprio voto.

Cosa accadrà adesso

Ciò che si teme di più, nell’immediato, è la reazione dei mercati. Man mano che piovevano notizie sul vantaggio di Trump, le Borse asiatiche hanno cominciato a traballare. Molto rumore, poi, ha generato il tonfo del peso messicano, Paese legato da una lunga storia di immigrazione verso gli Usa che ora dovrebbe rallentare con il muro promesso da Trump in questi mesi di comizi.

Ora, però, è necessario che Donald Trump capisca come la campagna elettorale sia davvero finita e realizzi che essere l’uomo più potente del mondo comporta responsabilità gigantesche. Sul fronte interno, dovrà tentare di rimettere insieme i cocci di un partito che ha smarrito la presa sull’America profonda, ma che non è detto lo aiuterà nel ruolo di presidente. Benché il Congresso mantenga, in entrambi i rami di Camera e Senato, la maggioranza dell’elefantino, non è infatti scontato che ciò spianerà la strada per i capricci del neo presidente.

Il che, a ben vedere, potrebbe rappresentare uno dei pochi contrappesi rimasti nelle istituzioni, tenendo conto dell’assoluta insignificanza del partito democratico. In aggiunta, va sottolineato come uno dei primissimi atti di Trump alla Casa Bianca sarà quello di nominare un nuovo giudice della Corte Suprema, che ovviamente sarà una personalità a lui gradita. Sulla politica estera, c’è da attendersi un riavvicinamento alla Russia di Putin e un allontanamento da Pechino, mentre una vera incognita resta il ruolo degli Usa su scenari delicati come la Siria, l’Afghanistan e Israele.

Ciò che è avvenuto questa notte, pochi mesi fa, sarebbe stato imponderabile anche in una sceneggiatura di Hollywood. Ma certe sorprese rientrano nella logica del gioco democratico: otto anni fa aveva generato grandi speranze l’elezione di Barack Obama, con risultati in parte deludenti. Ora, Trump si è guadagnato la sua chance: che la sfrutti nel migliore dei modi non è solo un suo interesse, ma una prerogativa di tutto il mondo libero.


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1 COOMENTO

  1. Non ho una grande conoscenza del neo presidente degli Stati Uniti d’America, ne l’avevo per Hillary Clinton. Credo che al di là di ogni considerazione, i cittadini del mondo abbiano bisogno di buoni amministratori e persone lungimiranti. Però, credo anche nella possibilità di una revisione della campagna elettorale, fatta da Trump. In quanto essere l’uomo più potente del mondo, a mio avviso, non significa fare ciò che si vuole, ma applicare in tutto quello che dovrà fare, buon senso, equilibrio e buon dialogo con tutti. Sicuramente questo, le darà immagine, credibilità e potenza. E’ solo un mio pensiero. Grazie, Gil

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