Mentre ancora si continua a ragionare sui numeri dei rimborsi Inps, in partenza il primo agosto, arrivano diverse indicazioni su come dovrebbe essere affrontata la riforma delle pensioni 2015 dal governo in carica.

Non è un mistero, infatti, che entro la fine dell’anno l’esecutivo metterà mano alla legge Fornero attualmente in vigore, una norma che, ormai pare unanimemente riconosciuto, in vigore da quattro anni, ha generato una miriade di problemi sia di tipo economico che sociale e amministrativo.

Un vero e proprio ciclone quello della legge voluta dall’allora ministro del Welfare di Mario Monti che non solo ha scatenato le piaghe degli esodati, dei Quota 96, innalzando i requisiti per la pensione e rendendo sempre più arduo il turnover tra giovani e anziani lavoratori, ma neppure è è riuscita minimamente a ridurre le differenze di genere tra uomini e donne.


L’ultimo rapporto Istat, infatti, diffuso nei giorni scorsi, certifica che sui dati del 2013 – dunque al termine del secondo anno intero di efficacia della norma Fornero – il valore degli assegni Inps erogati per le donne non raggiunge il 44% del totale.

Dunque, nonostante le donne godano in media di una vita più lunga e siano numericamente superiori agli uomini, sono ben lontane anche solo dalla metà del capitale previdenziale erogato per i destinatari degli assegni Inps.

Le cifre

Nel corso del 2013, infatti, il sistema previdenziale ha distribuito 23,3 milioni di prestazioni per un totale di 16,4 milioni di pensionati, per una spesa complessiva previdenziale che corrisponde a 272.746 milioni di euro.

Le donne si attestano al 52,9% della popolazione totale pensionata, una cifra pari a circa 8,7 milioni di iscritte all’Inps e destinatarie dell’assegno ogni primo del mese. In media, però, alle donne viene erogata una pensione di 9195 euro contro i 14911 degli uomini. Naturalmente, si tratta di squilibri che derivano dal mondo del lavoro, che, però, non sono ancora stati corretti in sede pensionistica.

Basta accorgersi che ben più della metà delle pensionate italiane non percepisce un assegno superiore a mille euro al mese, per rendersi conto che il welfare ha urgentemente bisogno di una revisione, a maggior ragione se si tiene presente che con quelle pensioni le donne, spesso, devono condurre la vita di almeno un altro famigliare.

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3 COMMENTI

  1. Chi scrive questi articoli e fa queste analisi politiche, o è incompetente o è disonesto politicamente.

    Non è bugiardo solo chi altera la verità, ma anche chi dice una parte della verità.

    Le donne percepiscono una pensione più bassa perchè sono andate in pensione 5 anni prima degli uomini e a tutt’oggi con l’opzione donna, ma anche perché fanno lavori meno pericolosi (vedi 1000 morti tutti uomini ogni anno solo in Italia).
    Nell’arco della loro vita, le donne percepiscono in media 28 anni di pensione contro i 15 degli uomini (vita media delle donne c.a 6 anni in più di quella degli uomini), poi percepiscono nel 95% dei casi la reversibilità del marito (anche delle pensioni d’oro), infine percepiscono l’80% delle pensioni di accompagnamento.
    In sintesi: versano il 70% di quello versato dagli uomini, ma percepiscono il 200% di quello che percepiscono gli uomini.
    Le donne stanno depredando le risorse nostre e dei nostri figli e fanno vittimismo per prendere ancora di più.

  2. Ma quali squilibri da correggere!!!
    Semplicemente ci sono milioni di donne che percepiscono la reversibilità del marito deceduto e pertanto hanno l’assegno dimezzato.
    Altri fattori che determinano una bassa pensione per le donne che hanno lavorato sono il ritiro anticipato aspettando la vecchiaia dopo aver maturato il minimo (tanto c’ era il reddito del marito) ed il frequente utilizzo del part time.

    Di cos’altro andate in cerca?

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