Elezioni regionali secondo le attese, almeno nei risultati. Il Partito democratico e i suoi alleati hanno completato una doppietta altamente nelle previsioni della vigilia, ma questa volta a spiazzare tutti sono gli elettori astenuti, una marea di schede non consegnate che si abbatte sulle certezze granitiche della politica.

Una maggioranza silenziosa che ha portato, in particolare, l’Emilia-Romagna al minimo storico di qualsiasi epoca nelle elezioni regionali, con un’affluenza definitiva alle 23 solo del 37,6% degli aventi diritto, più di 30 punti in meno rispetto alle consultazioni di quattro anni or sono.

E’ andata meglio – ma di poco – in Calabria, una regione che non ha mai brillato per partecipazione elettorale, che invece stavolta è riuscita a fare meglio della più arrabbiata Emilia, portando poco oltre il 43% degli elettori al voto. La media, nelle due regioni in cui si sono rinnovate le assemblee regionali, è inferiore al 40%.


Di fronte a dati di questo tenore, difficile esultare per i vincitori, che rispondono ai nomi di Stefano Bonaccini in Emilia Romagna e Mario Oliverio nella regione meridionale. Nel primo caso, il segretario PD emiliano si è aggiudicato il 49% dei voti, contro il 30% comunque raccolto dall’avversario appoggiato da Forza Italia, Lega Nord e Fratelli d’Italia, Alan Fabbri. In Calabria, invece,l’affermazione del candidato di centrosinistra è stata netta, con oltre il 61% dei voti validi.

Performance a due facce, ma tutto sommato deludente, per il MoVimento 5 Stelle: in Emilia Romagna, la culla che vide nascere il partito di Grillo proprio alle passate regionali, il candidato Giulia Gibertoni non va oltre il 13%, mentre in Calabria addirittura il candidato grillino si lascia sorpassare da quello centrista che prende l’8%.

Da sottolineare la prevedibile, ma comunque rumorosa affermazione della Lega Nord, che diventa il secondo partito in Emilia Romagna, doppiando addirittura gli alleati di Forza Italia, ferma a un misero e inatteso 8%, contro il 20 abbondante del partito di Matteo Salvini.

Ora, però, è già partita la caccia alle ragioni dell’astensione. Il leit motiv delle battute a caldo, da Bonaccini allo stesso Matteo Renzi, è quello di un risultato che – ovviamente – soddisfa i vertici del Pd, che perde qualcosa ma rimane saldamente primo partito, ma preoccupano per i numeri generali dell’astensione.

Il messaggio degli elettori, in particolare di quelli emiliano romagnoli, è arrivato forte e chiaro, dopo gli scandali delle spese pazze emersi nei mesi scorsi, che hanno messo fuori gioco prima un candidato alle primarie del Pd – Matteo Richetti, con Bonaccini indagato e poi archiviato, e salvo in extremis per la candidatura – e la pioggia di avvisi di garanzia che ha colpito ben 40 esponenti del Consiglio uscente. Un quadro che, indubbiamente, non ha attirato la popolazione alle urne, la quale non ha rimpianto troppo il proprio dovere civico, pur di lanciare l’ennesimo segnale di insofferenza verso la politica, ancora prigioniera di vecchi schemi, soprattutto nelle sue diramazioni locali.

 

 

 


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