Anche la trasparenza ha un prezzo. E può così succedere che lo sforzo delle istituzioni, a volte, vada oltre i limiti consentiti per la pubblicazione dei dati e delle informazioni sensibili riguardanti i soggetti coinvolti, che devono essere tutelati nella loro riservatezza così come la legge impone.

Qualche settimana fa, vi avevamo informato di come stesse migrando – più lentamente del previsto, ma l’intenzione era quella – l’intero archivio delle sentenze della Cassazione, scaricabili e consultabili direttamente dal proprio pc da parte di qualsiasi utente collegato al portale.

Una vera e propria rivoluzione nella storia degli atti processuali, se è vero che piazza Cavour si è portata dietro per anni la fama di banco imperscrutabile, dove si decidono in via definitiva le controversie tra liberi cittadini e, spesso, si gettano le basi per le future leggi.

Ora, il monito alla Corte suprema, nel suo slancio di rendere tutto disponibile liberamente, arriva direttamente dal Garante per la protezione dei dati personali, che ha chiesto ai giudici di eliminare i dettagli irrilevanti delle singole vicende giudiziarie, e in particolare le informazioni sottoposte a tutela di legge.

L’archivio digitale

Quella compiuto dagli ermellini, non c’è dubbio, è davvero un’opera mastodontica, che ha pochi precedenti nella storia di conversione al digitale delle istituzioni italiane: 159.398 sentenze in formato .pdf, inclusivi di nomi, cognomi, date, luoghi, e risvolti personali in quelle cause finite davanti al giudice.

Tanto per spiegare l’impatto che una simile diffusione può avere sulla vita delel persone, tramite il comodo motore di ricerca messo a disposizione agli utenti, è possibile ritrovare i dettagli di una vertenza giudiziaria soltanto digitando il nome. Così, è facile che, per conoscere l’esatta pronuncia del giudice sulla vicenda che ha coinvolto il nostro parente o vicino di casa, saremo tentati di dare una sbirciatina all’enorme banca dati della Cassazione.

Da questi atteggiamenti, il Garante Privacy ha messo in guardia che il diritto di conoscere i principi giuridici a cui il massimo grado del nostro ordinamento si ispira, non finisca per sfociare in uno sterile e anzi dannoso voyeurismo.

E l’authority per i dati personali, non ordina alcunché alla Suprema corte, ma si dice disponibile a un confronto, sottolineando implicitamente come la rimozione dei dati personali vada completata con urgenza, per evitare il diffondersi a macchia d’olio di informazioni riservate riguardo la vita delle persone e le controversie sorte tra di loro.

Qui il link alla pagina della Cassazione

 


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2 COMMENTI

  1. Gli Ermellini hanno fatto bene per una semplice ragione: le sentenze quando sono state pubblicate sono aperte a tutti. I nomi, per i dati sensibili sono già protetti. Infine chi promuove la ricerca è interessato alla materia e non ai nomi . L’incontro richiesto dall’Autority per il compromesso è azione a discapito della trasparenza. In questo Paese dobbiamo finirla di fare questioni, di discuterne pubblicamente e di volerle poi nascondere quando sono finite.

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