Oggi si decide il futuro della Scozia e, forse , anche dell’Europa. Dalle 8 di questa mattina, 4,3 milioni di cittadini britannici residenti in Scozia sono chiamati alle urne per dire la loro su un quesito storico: il referendum per l’indipendenza. Un appuntamento storico, dopo secoli di lotte e pacificazioni, con la fiamma autonomista che non si è mai spenta del tutto tra Glasgow ed Edimburgo.

Dalle battaglie di Braveheart, all’Act of Union del 1707, fino alle recenti dichiarazioni di personaggi noti in tutto il mondo come Sean Connery, la questione dell’indipendenza è da sempre un argomento molto sentito nell’estremo nord della penisola su cui domina regina Elisabetta.

Non a caso, sempre più concessioni sono state avanzate dalla corona al popolo scozzese, che ora può anche contare su un proprio specifico Parlamento in grado di legiferare su specifiche materia – non quelle di interesse nazionale. Ma non basta. Quello che sta avvenendo oggi, e gli scozzesi lo sanno bene, è qualcosa di storico, forse irripetibile, almeno in questa generazione. Qualcosa che i loro avi hanno invocato, atteso, sperato, oggi diventa finalmente realtà. Anche per questo, a Londra, dalle parti di Downing Street si trema per la possibile vittoria del sì, che sancirebbe il distacco definitivo della Scozia dal Regno Unito, con conseguenze ancora difficili da prevedere.

Ma agli scozzesi, al momento, paiono non interessare più di tanto le questioni care ali analisti, se una volta raggiunto l’agognato traguardo, sia meglio rimanere nella sterlina, oppure entrare nella complicata zona euro. Il tema dell’indipendenza ha radici così profonde nelle vicende di questo popolo e nella sua cultura, ed è così inscritto nella sua identità, da andare oltre alla situazione contingente politica ed economica.

Non si tratta, in ogni caso, della sparuta rivendicazione di una minoranza, ma della concreta possibilità che, da domani, l’impero più vecchio del mondo perda un altro dei suoi pezzi, avviando un possibile effetto valanga nel continente europeo, dagli esiti imprevedibili. Basti notare, in proposito, le fibrillazioni della Catalogna, dove le Cortes e il nuovo re Felipe stanno cercando con tutte le forze di impedire un’analoga tornata referendaria per il prossimo novembre dagli esiti ancora più scontati.

Come sarebbe l’Europa a fine 2014 con Catalogna e Scozia indipendenti? E’ davvero difficile immaginare quali scossoni geopolitici possano provocare lo smembramento dei due maggiori Stati monarchici nel cuore del vecchio continente, ma è altrettanto semplice immaginare che non tarderanno tentativi di emulazione.

Anche per questo, la battaglia in Scozia, nelle ultime settimane è  stata più accesa che mai: da una parte, gli unionisti, sostenuti dal potere economico delle banche, dagli uomini del premier David Cameron e dagli Stati Uniti; dall’altra coloro che vogliono finalmente la Scozia libera, una popolazione, che, forse, nel suo piccolo, neppure si rende conto dell’effetto catena che potrà generare, e men che meno le interessa.

I sondaggi delle ultime ore danno in leggerissimo vantaggio il fronte del no per 52% contro il 48%, ma è evidente come l’indipendenza si giocherà davvero sul filo di lana.

Lo stesso primo ministro inglese sta cercando di nascondere le ricadute sulla stabilità del suo governo con i liberali di Nick Clegg, qualora in Scozia vincessero invece i sì all’indipendenza. Dalle parti di Buckingham Palace, si assiste in silenzio preoccupato a un evento di portata storica, che, comunque vada, porterà in dote nuove concessioni agli scozzesi, a patire dal federalismo fiscale, che potrebbe dare un po’ di ossigeno alle industrie di Edimburgo spossate dalla crisi. Non resta che aspettare i risultati finali, per scoprire se il Regno Unito, domani mattina, si sveglierà o meno al suono trionfante di una cornamusa.


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