C’era da aspettarselo: la pronuncia della Cassazione era il passo successivo all’abrogazione della legge Fini-Giovanardi decisa dalla Corte costituzionale nello scorso febbraio. Ora, la Suprema Corte ha stabilito che i condannati per droga potranno rinegoziare le pene al ribasso, essendo venuto meno il dispositivo giuridico tramite cui sono stati condannati in prima battuta.

La sentenza diffusa ieri da parte delle Sezioni Unite della Cassazione, presiedute dal primo presidente Giorgio Santacroce, ha due volti. Da una parte, costituisce l’ennesimo intervento che ribalta l’ordine sanzionatorio e giurisprudenziale in fatto di possesso e spaccio di stupefacenti; dall’altra, però, potrebbe favorire la posizione del governo sull’altro pronunciamento, quello che pende da ormai un anno sull’Italia in merito alla situazione delle carceri nella penisola. Sovraffollamento, situazioni al limite della sopportabilità umana, strutture fatiscenti e, in generale, un’occupazione di molto superiore alla reale capienza delle strutture presenti nel territorio hanno portato la Corte europea dei diritti umani a condannare il nostro Paese.

Ma le ricadute immediate della sentenza della Cassazione, ovviamente, si potranno riscontrare sul piano dei reati legati agli stupefacenti.

 

Quali saranno, dunque, gli effetti della sentenza dopo la bocciatura della Fini-Giovanardi da parte della Consulta?

Venuta meno la legge del 2006 sulla droga, è infatti tornata immediatamente in vigore la norma Iervolino-Vassalli, che prevede il principio del “favor rei” per le cause ancora in corso di svolgimento.

La Suprema Corte era stata chiamata a definire se “la dichiarazione di illegittimità in una norma penale sostanziale diversa dalla norma incriminatrice comporti una rideterminazione della pena “in executivis” vincendo la preclusione del giudicato”. Una questione a cui la Sezioni Unite hanno risposto positivamente, specificando che “il giudice dell’esecuzione, ferme le vincolanti valutazioni di merito espresse dal giudice della cognizione nella sentenza della cui esecuzione si tratta, ove ritenga prevalente sulla recidiva la circostanza attenuante di cui all’art. 73, ai fini della rideterminazione della pena dovrà tenere conto del testo di tale disposizione come ripristinato a seguito della sentenza della Corte Costituzionale n.32 del 2014, senza tenere conto di successive modifiche legislative”.

In sostanza, è stato riconosciuto l’effetto retroattivo sulle condanne definitive del pronunciamento della Corte costituzionale, di modo che, chi si trovi attualmente in carcere in seguito all’applicazione della legge decaduta Fini-Giovanardi, potrà chiedere di rivedere la propria condanna per sopraggiunti ragioni normative.

 

In che modo questo può influire sulla presenza in carcere dei detenuti?

I primi conteggi sostengono che dai tremila ai quattromila detenuti potrebbero beneficiare della posizione espressa dalla Cassazione, chiedendo la rinegoziazione della pena e uscire preventivamente dai penitenziari. Comunque, va sottolineato che la popolazione carceraria che deve la propria presenza in cella a reati legati agli stupefacenti conta circa 21mila persone, quasi uno su tre detenuti. Più nello specifico, gli interessati delle novità potrebbero arrivare a 9mila, cioé coloro che abbiano commesso condotte legate allo spaccio ma di lieve entità; esclusi, a tal proposito, tutti coloro che abbiano scvolto azione di spaccio di droghe pesanti con associazione a delinquere.

Dunque, potenzialmente, il governo potrebbe risolvere la vertenza europea proprio grazie all’intervento di piazza Cavour, che proprio ieri ha visto scade l’ultimatum concesso un anno fa, senza che il numero dei detenuti sia sensibilmente calato, malgrado i decreti carceri e pro pene alternative approvati nei mesi recenti.

 


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