Ci risiamo. Cambiano i nomi, le facce, i momenti storici, ma la sinistra italiana sembra sempre afflitta dallo stesso morbo contratto vent’anni fa: quello di un autolesionismo che spunta ciclicamente a distruggere qualsiasi barlume di novità o di speranza accennato ai propri elettori.

A ben vedere, infatti, quella dell’ultimo ventennio non è stata solo la storia di Silvio Berlusconi in politica, ma anche quella di una sinistra partner perfetto per tutti i successi del Cavaliere – e principale artefice delle proprie disgrazie – in una successione di imprese fantozziane, ripetute con una maniacale cocciutaggine, nonostante l’avvicendarsi di leader e gruppi dirigenti.

Ora, tocca a Matteo Renzi: il sindaco fiorentino sarà davvero così sprovveduto da cedere alla tentazione di diventare presidente del Consiglio, immolando sull’altare della “stabilità” tutte le rivendicazioni sulla sovranità popolare che ne hanno accompagnato la – finora – vincente parabola politica? Staremo a vedere, nel frattempo, ripercorriamo tutti gli autogol più clamorosi della sinistra italiana nell’ultimo ventennio.


1994: a  gennaio, Silvio Berlusconi annuncia la propria discesa in campo e si candidata guidare un polo alternativo alla sinistra di Achille Occhetto. L’avvento del Cavaliere sull’agone viene interpretato come una meteora, che non potrà pregiudicare la vittoria del’allegra macchina da guerra alle imminenti elezioni di marzo. Niente di più sbagliato: contro tutti i pronostici, Berlusconi vince le elezioni e diventa capo del governo

1998: dopo la vittoria elettorale del 1996, che, per la prima volta, ha mandato al governo le forze di centrosinistra, il governo di Romano Prodi viene sfiduciato in aula – unico caso della Repubblica – per fare spazio a una nuova maggioranza, guidata dall’allora leader Pds Massimo D’Alema, con il supporto decisivodell’ex presidente della repubblica Francesco Cossiga. Da lì, si aprirà una fase di ben tre governi – due D’Alema, uno guidato da Giuliano Amato – che allontaneranno la sinistra dall’elettorato, fino alla debacle alle urne del 2001, quando, contro il lanciatissimo Berlusconi, venne candidato Francesco Rutelli. In Sicilia, finì 61 seggi a zero per il centrodestra.

2006: dopo cinque ani di governi Berlusconi, e l’Italia sempre in difficoltà, la strada per il ritorno di Romano Prodi a palazzo Chigi sembra spianata. Forte dell’investituira da presidente della Commissione europea, il Professore si appresta a guidare un nuovo governo con L’Unione. Dieci punti di vantaggio a poche settimane dal voto sembrano un margine sufficiente e, invece, accade quasi l’impensabile: in una serie di dichiarazioni suicide e scontri interni, il centrosinistra si divora quasi tutto il vantaggio e riesce a portare Prodi al governo per soli 24mila voti, con la maggioranza in Senato appesa a un filo.

2008: due anni di agonia sono più che sufficienti per salutare il governo Prodi, ma il colpo di grazia arriva, in simultanea, dal ministro della Giustizia – ebbene, sì – Clemente Mastella, e dal neo segretario Pd, nonché sindaco di Roma, Walter Veltroni, che al Lingotto apre formalmente la campagna elettorale mentre il centrosinistra ancora sta governando. Le elezioni, di lì a poco, vedranno vincere, ancora una volta, il Cavaliere.

2013: dopo la cavalcata delle primarie, la corsa di Pier Lugi Bersani verso il governo sembra segnata. Berlusconi è invecchiato e in declino, stavolta tutto sembra presagire un’ampia maggioranza per il Pd e i suoi alleati. Poi, a febbraio, all’election day, il copione si ripete per l’ennesima volta: i sondaggi vengono smentiti, alla Camera il centrosinistra è maggioranza per poche migliaia di voti e al Senato non comanda nessuno. Ma la sinistra kamikaze non ha ancora espresso tutto il suo potenziale: ad aprile, infatti, si tengono le votazioni per il Quirinale. In due giorni, il Partito democratico riesce a bruciare due candidati come Franco Marini e, soprattutto, il fondatore ed ex leader Romano Prodi, impallinato da 101 franchi tiratori nel segreto dell’urna. Il gruppo dirigente, Bersani in testa, prende atto del fallimento e rassegna le dimissioni. Il resto, è storia nota, fino all’avvento di Renzi alla segreteria e, dall’altra parte, all’incredulità di un centrodestra in frantumi che si appresta a passare all’incasso ancora una volta per l’irrefrenabile masochismo degli avversari.


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