Sarà che in Italia di solito le leggi vengono approvate e poi restano sulla carta, o forse che esistono troppi organi in grado di fermare l’efficacia di una norma anche faticosamente adottata. Resta il fatto che, a un anno di distanza, la spending review di Mario Monti può trarre il bilancio di un vero e proprio fallimento, almeno nel ramo della pubblica amministrazione.

Annunciata dodici mesi or sono come una rivoluzione, nel ramo della PA, la spending review ha assorbito tempo e risorse, oltre a accese polemiche sul fronte occupazionale, che aveva fatto scendere in piazza i sindacati per colpa di esuberi fin troppo profondi.

Ora, dunque, si tirano le somme di quanto dell’annunciata riforma è arrivato effettivamente in porto: e l’esito è a dir poco sconfortante. Quelle che dovevano essere delle rivoluzioni in senso pieno nel settore pubblico, oggi nella maggior parte dei casi si sono rivelati dei veri e propri buchi nell’acqua.


Prendiamo, per esempio, la riforma delle province: annunciata con squilli di tromba, con tanto di presentazione della nuova cartina geografica dell’Italia delle amministrazioni provinciali, oggi è svanita del tutto, almeno nelle modalità in cui il precedente governo l’aveva avviata: bocciata sonoramente dalla Corte costituzionale, è ripiombata nel cassetto e, ora, l’esecutivo Letta si sta adoperando per approvarla una volta per tutte secondo i crismi di legge.

Altri no della Consulta, poi, hanno riguardato alcuni capitoli chiave della lotta agli sprechi nella pubblica amministrazione, tra cui, in primis, la dismissione delle partecipate in house, che ha ricevuto anche lo stop dalla Corte dei Conti, così come la cessazione attività degli enti strumentali di Regioni ed enti locali, fermata sempre dalla Corte costituzionale.

Fermi al palo anche il contributo di solidarietà alle pensioni dei dirigenti del settore pubblico, così come il blocco degli scatti nello stipendio dei magistrati, entrambi aboliti dalla Consulta.

Tra le riforme annunciate e, poi, mai completate, troviamo invece la creazione della Banca dati di quegli enti pubblici che si rendano disponibili ad assumere dipendenti pubblici rientranti nelle quote in esubero. Una delle ragioni, forse, è che il decreto per l’individuazione del personale degli enti locali in esubero non è mai stato emanato, così come, del resto, il provvedimento che avrebbe dovuto uniformare il lavoro pubblico alla riforma Fornero per i privati. Da ultimo, non hanno passato il vaglio della Corte anche i tagli del 20% nelle partecipate.

Tutto ciò, considerando che la spending review ha occupato per diversi mesi il governo Monti, con tanto di nomina di due commissari – Enrico Bondi e Giuliano Amato, quest’ultimo per le spese dei partiti – i cui consigli, evidentemente, non hanno sortito gli effetti sperati.

 


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