La riforma delle pensioni non può aspettare: lo hanno certificato, prima, gli esponenti del governo e, ora, anche gli indicatori macroeconomici. Ma il punto interrogativo resta, e  riguarda la tenuta dell’esecutivo: se riuscirà a passare attraverso questa calorosa estate, allora potrà trovare spazio per un ritocco importante alla legge Fornero.

Ora, la concentrazione dei media è tutta sulle due questioni che stanno mettendo in difficoltà il governo: da una parte, l’inaspettato caso kazako, con la posizione del ministro dell’Interno Alfano sempre più critica, dall’altra, l’udienza della Cassazione fissata a tempo di record il 30 luglio prossimo, quando, cioè, Berlusconi potrebbe ricevere la condanna definitiva per il processo Mediaset.

Come al solito, dunque, i più bisognosi restano nelle retrovie e si continua a parlare di problemi assai distanti dalle condizioni di vita della popolazione. Un canovaccio a cui gli italiani sono da tempo abituati ma che, ora, si trovano ad affrontare con gli effetti della crisi economica e delle riforme nient’affatto benefiche degli ultimi anni.


Del resto, i dati Inps hanno certificato il fallimento su tutta la linea delle leggi  Monti-Fornero, sia in tema di lavoro che, soprattutto, in quelli della pensione: secondo le stime diffuse, un ex lavoratore su due percepisce un assegno inferiore ai mille euro al mese, con evidentissime disparità tra il settore privato – 880 euro di media – e il pubblico ex Inpdap, invece superiore ai 1700 euro.

Ora, per ovviare a queste sperequazioni, il governo dovrebbe mettere in cantiere prima possibile un restyling alla legge vigente, in particolar modo per allentare le rigidità di una disciplina che ha chiuso le porte della pensione a milioni di lavoratori a un passo dall’addio alla scrivania, mettendo, poi, oltre 300mila di loro in un limbo indefinito, ancora oggi senza uscita, quello degli esodati.

Allora, è evidente, come ha annunciato il ministro del Lavoro Giovannini, che un ritocco sarà necessario, per assicurare anche quel minimo di turnover tra giovani e attempati, che consenta un ricambio generazionale negli ingranaggi della produttività. Dunque, resta sempre in prima linea la proposta Damiano, che prevede incentivi per chi resta al proprio posto fino a 70 anni e disincentivi per chi sceglie di andarci tra i 62 e i 66. Al momento, la proposta è in ferma in Parlamento, ma è possibile che sia proprio questa la strada che il governo si troverà a seguire.

Quindi, oggi è stata la volta di ribadire, forse per la quarta o quinta volta, che gli esodati  restano una priorità del governo, anche se, finora, nessun provvedimento, né per allargare la platea, né per favorire le pensioni ai già salvaguardati, è stato preso.

Quindi, dagli ultimi dati Inps, è evidente che, con la nascita del super-ente previdenziale, anche i trattamenti tra dipendenti pubblici e privati andranno quanto più possibile equiparati. Una media di assegno superiore di oltre il doppio per gli ex lavoratori del settore pubblico non può restare immutata: andrà calmierata quanto possibile, ma, soprattutto, si dovranno innalzare le minime dei lavoratori del privato.

Come tutto ciò potrà coordinarsi con i risparmi messi in cascina dalla legge Fornero entro il 2020, resta ancora da vedere: il governo, in questo senso, deve svolgere il proprio compito, reperire le risorse ed evitare il prolungarsi di queste situazioni incresciose.

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2 COMMENTI

  1. sono completamente in sintonia su cio che ha detto e proposto il sig.ALFIO aggiungendo che bisognerebbe porre un tetto massimo alle pensioni 5000 euro……….. e sono anche generoso.un saluto loris da mantova

  2. Le risorse se vogliono le trovano, basta avere il coraggio di disturbare un pò il loro bacino di consenso:

    1) Le pensioni d’oro, con un prelievo del 10% che non farà certo fallire i titolari;

    2) ritorno a lavoro al minimo di stipendio per i baby pensionati, previo prelievo del 25% netto dell’assegno pensionistico. Perchè se un lavoratore che oggi ha 60 può lavorare fino a 70 anni non si capisce perchè chi alla stessa età ha già “pappato” 25 anni di pensione calcolata col metodo clientelare del retributivo al 100%;

    3) liberalizzare il TFR/TFS, perchè almeno servirà per pagare i debiti e da incentivo ad accettare penalizzazioni pur di scappare a tutti i costi dal posto di lavoro facendo largo ai giovani;

    4) Pensione a 40 di contributi senza penalizzazioni e a prescindere dall’età anagrafica. Perchè se è vero che con 35 anni e 62 anni di età si può lasciare, c’è una marea di lavoratori che a 62 anni di anni (compreso il sottoscritto) di contributivi ne avrà versati 42/43 e nonostante ciò la proposta Damiano prevede anche per questi penalizzazioni e calcolo con il misto o totale contributivo (siamo allo schifo completo!). Per questi lavoratori, Fornero o Damiano non gli cambierebbe un piffero e tanto vale per loro lasciare tutto cosi com’è.

    E non parliamo di paghette e pensioni parlamentari, altrimenti sarebbe come sparare sulla Croce Rossa.

    Non mi ringraziate per queste dritte, sono generoso di natura ;)

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