Tra le pieghe della riforma Fornero che, a settembre, potrebbero finire sotto le mani del governo, non c’è soltanto il requisito anagrafico di rigidità che la legge del Salva Italia aveva introdotto: uno dei meno dibattuti, ma parimenti importanti, punti della legge previdenziale in vigore è quello che riguarda da vicino le donne e le assenze maturate nel corso degli anni per ragioni di natura varia.

Come noto, l’intento ormai conclamato del governo è quello di intervenire sulla disciplina delle pensioni che vige da fine 2011, quando arrivò la cura traumatica firmata Monti-Fornero per mettere al riparo un sistema, quello del welfare italiano, ormai diretto verso il precipizio. Peccato, però, che, nonostante le decine di miliardi di risparmio promesso entro il 2020, altri nodi – e assai dolorosi – siano spuntati, tra tutti quello, ancora tutto da sciogliere degli esodati.

Ancora, non è dato sapere in che profondità l’esecutivo guidato da Enrico Letta potrà intervenire sulla norma firmata dal predecessore di Enrico Giovannini al Ministero del Lavoro, ma di certo la traccia è segnata dalla proposta che porta il nome dell’altro ex ministro del Lavoro, Cesare Damiano, ora eletto in parlamento con il Pd, che invoca un ritorno alla flessibilità con disincentivi entro i 62 anni – con 35 di contributi – e bonus oltre i 66, fino a 70.


Questo, in linea generale. Ma esistono categorie specifiche, tra i milioni di pensionati presenti e futuri, che hanno situazioni e storie lavorative del tutto particolari. Tra queste, stupisce che assai raramente si parli delle donne, che hanno percorsi lavorativi naturalmente specifici, anche in base alle loro vicende umane e famigliari.

Così, ad esempio, può accadere che una lavoratrice che si sia assentata dal lavoro in periodi extra, per ragioni di massima serietà, come casi di malattia, o i settimane di allontanamento richieste per assistere un famigliare in difficoltà, così come i congedi supplementari per le neo mamme, secondo la legge vigente andranno recuperati prima dell’entrata in pensione per chi chieda l’accesso entro i 62 anni con almeno 40 di contributi.

A questo proposito, dunque, istituzioni e organizzazioni a tutela dei diritti delle donne si stanno mobilitando per sensibilizzare il governo anche su questo argomento tutt’altro che secondario, che tra le misure introdotte dalla riforma fornero è certamente uno dei più invasivi ma anche dei meno noti, a parte, ovviamente, le dirette interessate.

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4 COMMENTI

  1. Alle donne che hanno avuto figli ed hanno DOVUTO lavorare perché vedove o sole, DEVONO ESSERE RICONOSCIUTE LORO tutte le caratteristiche dei lavori usuranti più duri .

  2. non ho parole…..per me la pensione penso sia un miraggio…sono nata il 2 ottobre 1952 ed ho 38 anni di contrbuti e penso che non andrò mai in pensione con queste leggi in vigore

  3. non ho parole….con 39 anni di contributi e 61 anni di età , e tante problematiche familiari e di salute , ma quando posso andare in pensione???????? sono un’insegnate a t.i. della scuola dell’infanzia.

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