Uno dei profili italiani più illustri in materia di diritti e libertà, Stefano Rodotà, si è pronunciato, in un’intervista rilasciata a L’Espresso, in merito al cosiddetto datagate commentando con durezza l’effetto che questa vicenda ha avuto sull’assetto, già peraltro traballante, del nostro Paese. Un “fatto gravissimo, -ribadisce l’ex Garante della Privacy– anche se dovessero essere davvero solo metadati quelli raccolti a strascico dalle intelligence americane. La quantità di metadati tracciati (chi ha chiamato chi e quando, per esempio) ha raggiunto volumi così grandi da rivelare comunque troppe informazioni su identità e abitudini delle singole persone”. Lo scandalo Datagate ha ‘ufficialmente’ avuto inizio lo scorso giugno con la pubblicazione da parte del quotidiano britannico Guardian di alcuni documenti di natura riservata. Stando alla documentazione trapelata, la compagnia di telecomunicazioni Verizon metterebbe nelle mani dell’FBI dati capaci di far vacillare la privacy dei propri utenti attraverso la rivelazione dei numeri telefonici delle conversazioni, dei luoghi dal quale esse partono, nonché degli orari e della durata delle stesse. La notizia che vuole che le comunicazioni ‘a stelle e strisce’ sottostiano ai controlli federali ha presto fatto il giro del mondo, richiedendo l’intervento dello stesso presidente Barack Obama. “Il governo chiarisca i rapporti Italia-Stati Uniti -torna a commentare Rodotà- su cui per ora non ha detto in realtà niente. E faccia luce sulle intese con cui, in virtù di un decreto Monti, i servizi segreti italiani possono mettere le mani sui nostri dati gestiti dalle società telefoniche e non solo”.

Secondo i documenti pubblicati dal Guardian, il controllo sui tabulati telefonici risalirebbe a tempi piuttosto recenti: già dal 2007, infatti, i dati relativi alle comunicazioni effettuate via internet da milioni di utenti sarebbero liberamente fruibili dalle agenzie di intelligence americane attraverso il programma Prism che come scopo ha quello di raccogliere e impiegare i dati delle divulgazioni via web. Il caso datagate e l’’intrecciata vicenda Prism sono diventati pertanto argomenti insidiosi.  Di questi ultimi sviluppi, ciò che colpisce Rodotà è l’emersione di “una sorta di divisione di lavoro tra europei e americani. I primi non hanno le risorse per fare l’intelligence e quindi la appaltano agli americani. In cambio questi possono interferire con gli Stati europei”. “E’ da vedere se ci sono intese formali e ufficiali. -prosegue il giurista- Ma la reazione del governo italiano e dei Garanti privacy europei sono state finora molto deboli. Sbaglia chi non si sorprende di tutto questo: è avvenuto un cambio di scala rispetto alle precedenti intercettazioni”. I problemi che risultano preminenti, secondo Rodotà, sono essenzialmente due: la perdita di sovranità da parte dell’Europa sui dati dei propri cittadini, e “le intese tra i servizi segreti e le società telefoniche che forniscono loro informazioni”. A monte di queste intese pare esserci il decreto Monti, responsabile di riconoscere queste tipologie consensuali dal momento che, sino ad ora, non è mai stato “sottoposto al parere obbligatorio ma non vincolante del Garante”, essendo di conseguenza legittimante impugnabile. “Il parere -continua Rodotà- è un modo per rendere almeno visibile la questione all’opinione pubblica e al Parlamento. Colpisce che nessuna delle forze politiche che hanno sostenuto il governo Monti sia stata sfiorata dalla gravità e dall’enormità del decreto”.

Le possibili strategie per contrastare questa deriva della privacy ci sono e rimangono comunque realizzabili: “Una è politica. L’Europa Unita sta permettendo al governo Usa e alle sue multinazionali di violare i principi che ancora proteggono i cittadini europei. E’ il frutto di una sudditanza nei confronti degli Usa: culturale, oltre che politica ed economica. Eppure, siamo la regione del mondo che è giunta ad affermare le maggiori garanzie per i dati personali, nella Carta fondamentale dei diritti per esempio”. In tal senso, il compito dell’Europa secondo Rodotà è quello di battersi “per un’intesa internazionale che almeno protegga i diritti esistenti”. Un’altra strategia adeguata coincide con il potenziamento dei poteri goduti dai cittadini. L’ex presidente del Garante precisa che “nel nuovo regolamento che dovrà sostituire le norme europee sulla privacy risalenti al 1995, si parla di diritto all’oblio (con cui l’utente può ottenere la cancellazione dei propri dati presenti sul web) e diritto a rendere silenzioso il chip (possibilità di interrompere in ogni momento il trasferimento dei propri dati ad altri soggetti). Ma è importante anche affermare, nelle norme, l’opzione ‘Do Not Track’, con cui l’utente può impedire che venga tracciata la sua navigazione web a scopi di marketing”. Rodotà sottolinea ancora una volta la totale praticabilità delle strategie delineate attraverso gli strumenti attualmente disponibili; la loro mancata attuazione dunque può soltanto essere spiegata con la prevalenza di “interessi diversi sui diritti fondamentali delle persone”.


Per riuscire concretamente a contemperare i diritti con le contemporanee, differenti, esigenze basterebbe applicare alcuni principi, peraltro già affermati all’interno di precise normative europee. Tra essi: il principio di necessità, ossia l’utilizzazione del tracciamento elettronico solo se rappresenta lo strumento ottimale al fine di ottenere specifici risultati. E ancora il principio di proporzionalità: “davvero ho bisogno di usare la rete a strascico per trovare un terrorista o un evasore fiscale? -si domanda retorico l’illustre giurista italiano- Forse è possibile ottenere lo stesso risultato senza comprimere i diritti delle persone. Infine, un principio che si trova nella Convenzione europea dei diritti dell’uomo: usare solo misure compatibili con i caratteri democratici di un sistema”. Nella società globalizzata 2.0, in cui la sofisticazione della proliferazione delle attività in rete ha raggiunto livelli pressoché trasversali, il rischio più grande che si può concretizzare è quello che vede costruire identità personali totalmente sottratte “alla libertà delle persone. Già ora non sei più quello che dici di essere, ma sei quello che Google dice di te”. Un altro pericolo paventato da Rodotà è quello della “discriminazione sociale. Lo Statuto dei lavoratori nel 1970 vieta ai datori di raccogliere le opinioni politiche e religiose del lavoratore: non per un astratto principio di privacy, ma per proteggere l’uguaglianza. Cioè per evitare le discriminazioni e quindi l’obbligo di conformarsi a criteri di normalità. Ma ci sono gli stessi rischi se la raccolta di dati avviene sugli utenti. Se si rivela che sono un cattivo consumatore, potrei avere problemi ad accedere al credito, per esempio. (…) Tutte pratiche che, in definitiva, contrastano con il diritto costituzionale a sviluppare liberamente la nostra personalità”.


CONDIVIDI
Articolo precedenteDecreto del fare, avvocati in sciopero, le richieste del Cnf dopo la mediazione-bis
Articolo successivoDdl province, ecco il testo che sancisce l’abolizione dopo il no della Corte

SCRIVI UN COMMENTO

Please enter your comment!
Please enter your name here