Il Decreto carceri approvato dal Consiglio dei ministri di ieri dovrebbe alleggerire il peso dell’emergenza degli istituti penitenziari italiani svuotandoli entro due anni di almeno 6mila presenze, a cui saranno riservate misure alternative. Le principali variazioni introdotte dall’intervento riformatore riguardano rispettivamente: la predisposizione dell’affidamento in prova, l’estensione del ricorso ai lavori di pubblica utilità e l’allargamento di alcune ulteriori misure alternative. Nel caso dell’affidamento in prova al servizio sociale, qualora ci si riferisca a condannati con pene non superiori ai due anni, ad eccezione di alcune tipologie delittuose considerate più gravi come terrorismo e mafia, lo strumento alternativo al carcere è stato pensato specificatamente per facilitare il processo di reinserimento sociale. Le donne in stato di gravidanza, le madri così come le persone affette da gravi patologie potranno altresì beneficiare della detenzione domiciliare nei casi in cui la pena da espiare non oltrepassi i quattro anni.

Il disegno di legge, ridefinendo il sistema detentivo nostrano, ha allargato anche la possibilità per alcune categorie di ristretti di accedere ai lavori di pubblica utilità quale punizione sostitutiva al carcere. La misura, prevista per i soggetti dipendenti da alcol o sostanze stupefacenti, fino ad oggi era ammessa, sempre in ambito drogastico, esclusivamente per le fattispecie criminose meno gravi. Con la recente disposizione, invece, il lavoro di pubblica utilità potrà essere allargato a tutti i soggetti che compiono reati che rientrano in questa categoria, fatta salva l’eccezione per le violazioni più serie della legge penale. Il decreto stabilisce inoltre l’ampliamento di misure alternative aggiuntive, come ad esempio la detenzione domiciliare, nei confronti di precise classi di destinatari, un tempo esclusi, come i soggetti recidivi colpevoli di crimini minori.

Viene anche allargata ai soggetti recidivi la possibilità di accedere ai permessi premio con allegata estensione dell’istituto del lavoro esterno anche al lavoro di pubblica utilità. Le manovre pensate dalla riforma puntano a recuperare, entro massimo il 2016, almeno 10mila nuovi posti letto per snellire l’impietoso sovraffollamento carcerario. Alle previsioni strutturali se ne affiancheranno altre nel corso dell’iter di conversione in legge del decreto, come ad esempio depenalizzazione dei reati minori o particolare tenuità del fatto, oltre alle misure contenute nel ddl sulla messa alla prova e la reclusione domiciliare come pena primaria per le tipologie delittuose punite fino a sei anni, già prese in esame dalla Camera.


Sono ancora convinta che servirebbe un’amnistia”, continua a sostenere Annamaria Cancellieri. Quella approvata ieri, tuttavia, costituisce una controffensiva al problema-carceri di sintomatica portata intervenendo strutturalmente su tutte le principali piaghe del sistema detentivo italiano, ridotto a stipare i detenuti come carne da macello entro celle di pochi metri quadrati, in barba al valore rieducativo della pena e soprattutto al rispetto dei diritti fondamentali. “Noi faremo comunque di tutto -rincara la dose il ministro della Giustizia- per riconquistare la nostra dignità in Europa”. Anche il premier Enrico Letta, già nei giorni scorsi, era intervenuto sull’urgenza improcrastinabile dell’emergenza carceraria ribadendo come il nostro Paese non possa “continuare ad essere accusato dagli organismi internazionali per l’incapacità di gestire dignitosamente la vita dei detenuti”.

E’ dal 1990 che l’Europa ci riprende, -conferma Cancellieri- siamo tutti capaci di mettere detenuti negli scantinati o in letti a castello di cinque piani, o a farli mangiare sul proprio letto accanto al bagno. Ma non sono posti che reggono davanti alla Corte europea dei diritti dell’uomo”. Come precisato dallo stesso ministro, però, il disegno di legge salva carceri non verrà utilizzato per legittimare la scarcerazione di individui pericolosi , così come continuamente recriminato da Lega, Fratelli d’Italia e in parte il M5S, assicurando al contrario la “certezza della pena”, intendendo per pena, così come la Costituzione insegna, un percorso proporzionalmente calibrato al reato commesso e razionalmente dotato di senso ai fini della rieducazione, del reinserimento sociale e della scongiura della recidiva.


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