Mai come quando si cerca di analizzare i risultati di elezioni amministrative si corre il rischio di approssimazione, di tramutare un esito locale in un dato dal valore molto più ampio. Tante volte, negli ultimi anni, dopo qualche vittoria inattesa, o qualche flop fuori dalle previsioni della vigilia, si è sentito parlare di “vento che cambia”, di riscossa dello schieramento minoritario in Parlamento, salvo poi, quasi regolarmente, trovare smentita nelle consultazioni nazionali. Ecco perché è meglio non prendere a dogma i risultati delle elezioni di ieri a Roma e negli altri 562 Comuni italiani, anche se qualche trend significativo può essere messo in evidenza, per inquadrare la reazione degli elettori a una fase politica senza precedenti nel nostro Paese, con il governo delle larghe intese che non scalda i cuori degli italiani.

E questo, è ben evidente nel primo e, forse più importante, dato emerso dalla prima chiamata alle urne dopo le politiche del febbraio scorso, che hanno portato allo stallo ben noto di questi due mesi nelle Aule: si tratta, naturalmente, delle cifre sull’affluenza. Gli elettori che tra domenica e lunedì hanno raggiunto i seggi per esprimere la propria preferenza sulle candidature a sindaco, sono stati il 62,38% degli aventi diritto, un crollo del 15% rispetto alle precedenti del 2008, con il dato di Roma che ha fatto segnare uno storico negativo al 52,8%: quasi un cittadino su due ha disertato le urne. Questi numeri sono ancora più preoccupanti considerando che si trattava di consultazioni locali, dove, solitamente, il corpo elettorale è più sensibile al richiamo del diritto-dovere.

Indubbiamente, l’astensione è stata favorita dal clima tutt’altro che benevolo nei confronti di una classe politica, agli occhi dei cittadini incapace di trovare soluzioni ai problemi concreti e, anzi, avvezza all’occupazione delle poltrone e a perpetuare il proprio ermetico sistema di potere. D’altro canto, poi, a incidere in consultazioni locali è sempre la qualità dei candidati, e non è azzardato ritenere che i partiti abbiano messo in campo qualche volto poco noto e magari inesperto, che non ha saputo raccogliere la fiducia dei cittadini, i quali hanno optato in massa per il non voto.


Questo aspetto è sicuramente la ragione di fondo nella sconfitta, che oggi rimbalza su tutti i media, del MoVimento 5 Stelle. Parlare di “Grillo ko” può essere la prima sensazione leggendo le percentuali, ma non va dimenticato che, in moltissimi casi, i candidati sindaci del MoVimento arrivano “dalla strada”, con pochissima, se non nessuna esperienza amministrativa alle spalle e pochi mezzi a disposizione per divulgare le proprie proposte e tenere testa alla propaganda dei partiti maggiori. A ben vedere, il risultato di Marcello De Vito, candidato M5S a Roma, salutato come deludente nel primo pomeriggio di ieri, è uno dei migliori raggiunti a livello nazionale dalle liste grilline.

E veniamo al vero vincitore di questo primo round di elezioni amministrative, il centrosinistra che, nonostante gli istinti suicidi delle ultime settimane, tra fallimento dell’elezione di Prodi al Quirinale e governo col Pdl, guida in tutti i capoluoghi andati al voto, ed è riuscito a eleggere al primo colpo i propri sindaci in Comuni importanti del nord. In particolare, Ignazio Marino a Roma è in testa con il 42,6% dei consensi contro il 30,2% del sindaco uscente Alemanno, così come ad Ancona, dove i punti di distacco tra centrosinistra e centro destra sono ben 17, ma si andrà comunque al ballottaggio. Altre località di prim’ordine in cui guidano Pd e alleati sono Avellino, Treviso, Imperia e Iglesias, mentre a Brescia, roccaforte di centrodestra, i due candidati sono alla pari in vista del 9 e 10 giugno. ATra i sindaci già insediati che il centrosinistra può vantare, si trovano quelli di Vicenza, Sondrio, Pisa mentre il feudo rosso Siena, alla prima prova post scandalo Mps, vede Pd e Pdl giocarsi il municipio al ballottaggio, con i democratici però saldamente in vantaggio.

Come si spiega questa improvvisa resurrezione del Partito democratico, anche in territori dove al predominio leghista sembrava prendere il sopravvento il grillismo in ascesa? Si traduce tutto nella scelta dei candidati: il Pd è certamente il partito più radicato nel territorio, con i nuclei della sinistra comunista e socialista, unitamente alla tradizione del popolarismo cattolico, che vanta le scuole di formazione politica più efficienti e strutturate. Per questo, infatti, il centrosinistra è storicamente più forte degli avversari nelle votazioni locali. Ma c’è un altro aspetto che, probabilmente, ha attenuato l’impatto delle ultime, disastrose settimane in casa Pd e che in queste ore viene stranamente ignorato: il ricorso allo strumento delle primarie. Lo stesso Ignazio Marino, del resto, è un candidato scelto nelle consultazioni interne. La storia ormai ampia di questo metodo di selezione dimostra che, dove le primarie sono aperte e non si usano trucchi, l’elettorato elegge convintamente il proprio candidato e, quasi regolarmente, lo porta alla vittoria.

In queste ore, Guglielmo Epifani ed Enrico Letta si stanno arrogando il merito di aver riportato il centrosinistra alla vittoria in queste amministrative. Forse, un po’ di umiltà e di concretezza in più, soprattutto dopo certi atti da kamikaze, non guasterebbe.

 


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