Doveva essere la resa dei conti tra i partiti maggiori, la questione che avrebbe potuto compromettere la sopravvivenza del governo di Enrico Letta, un nodo mai sciolto in quasi vent’anni di Seconda Repubblica: l’ineleggibilità di Berlusconi ai sensi della legge 361 del 1957, posta dal MoVimento 5 Stelle al cospetto della Giunta per le elezioni del Senato, dove il Cavaliere è stato eletto alle ultime consultazioni. Invece, si è tradotto nell’ennesimo rinvio: l’assemblea dell’organismo è stata rinviata ufficialmente“data da destinarsi”.

Insomma, la maggioranza resta a galla grazie al ricorso all’espediente dello slittamento, una delle costanti a cui ricorre la politica quando si trova di fronte matasse difficili da sbrogliare. E la convenienza, a ben vedere, c’è per tutti i partiti della Grande coalizione: per il Pdl, perché risce a posticipare una questione che potrebbe mettere in seria difficoltà il futuro politico del proprio leader, e per il Pd, che, in questo modo, continua a tenere uno dei suoi uomini a palazzo Chigi, ma, così facendo, continua a frastornare la propria base elettorale.

L’appuntamento a palazzo Madama era fissato per le 14: all’ordine del giorno, innanzitutto, doveva esserci la nomina del presidente della Giunta, il primo step per dare ufficialmente il via ai lavori. Ed è proprio lì, al primo adempimento, che le procedure si sono incagliate: tra maggioranza e opposizioni, infatti, non è stato trovato un accordo per la presidenza, che da prassi spetterebbe a un esponente della minoranza. Il candidato, da parte del centrodestra, era stato individuato nel leghista Raffaele Volpi, che, però, non ha ricevuto il lasciapassare da MoVimento 5 Stelle e centrosinistra. Da parte grillina, si rivendica il diritto a occupare la carica di guida della Giunta, trattandosi, nel caso di Volpi, di un senatore che sulla fiducia si è astenuto e dunque non tecnicamente all’opposizione. Ma la posizione più ambigua, come al solito, è quella del Pd, che vede i suoi esponenti tra loro assai distanti, con posizioni intransigenti o più accomodanti all’interno della medesima formazione politica.


A restare all’angolo, in questo caos, è il MoVimento 5 Stelle, che aveva promesso di presentare la questione dell’ineleggibilità di Berlusconi “un minuto dopo” il via dell’attività della Giunta, e che, ora, dovrà rassegnarsi ad aspettare ancora finché tra le altre forze non emergerà l’ombra di un accordo sulla presidenza.

I tempi per dichiarare ineleggibile Berlusconi, in ogni caso, paiono lunghi: non appena vengono somministrati tutti i casi di incompatibilità alla carica, infatti, i singoli casi vengono affidati al facenti veci del commissario per la regione di elezione del senatore – Berlusconi è stato eletto in Molise – e quindi i faldoni finirebbero al comitato cariche, un organo ristretto della Commissione, dove si svolge una sorta di esposizione sul caso preso in esame, con voto finale della giunta. E qualora si continuasse a dichiarare Berlusconi ineleggibile, si arriverebbe a una sorta di mini-processo con tanto di diritto di difesa dell’ “imputato”. A ciò, dovrà seguire un nuovo pronunciamento della Giunta, cla quale, qualora si rivelasse per la terza volta a favore della decadenza dell’elezione, passerebbe finalmente le carte in Senato.

Un iter intricatissimo e macchinoso, che, con il rinvio di oggi, rischia di far slittare la questione anche di diversi mesi prima dell’approdo in aula. Tutto ciò, ammesso e non concesso che il Pd, i cui voti sono decisivi per far pendere la bilancia da una parte o dall’altra, voti a favore della fine politica del senatore Silvio Berlusconi.


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