Sotto i portici delle due Torri a Bologna si affaccia un clima da gabinetto politico che arriva quasi a sfociare nella rissosità della rivolta. E’ infatti stato indetto dal sindaco del capoluogo emiliano-romagnolo Virginio Merola, causa forza maggiore, un referendum sul tema scottante dei finanziamenti alle scuole private. La posta in palio messa sul tavolo del palazzo comunale riguarda il milione di euro che il sindaco ha intenzione di concedere, ma che la Bologna laica vuole rispedire direttamente al mittente. Sono in molti, tra i cittadini bolognesi, quelli che avrebbero fatto volentieri a meno del referendum consultivo, indetto per domenica, che vuole, nelle intenzioni dei promotori di “Articolo 33”, abolire i finanziamenti comunali (appunto un milione all’anno) alle scuole d’infanzia private, per la maggior parte cattoliche, dietro la motivazione che fa diretto capo alla magra condizione economica in cui versa il settore pubblico in tempo di crisi. E’ esplosa così una vera e propria bomba ad orologeria su una prassi oramai lungamente consolidata nel capoluogo emiliano, che ha trovato seguito anche in altri contesti nostrani (a cominciare da Parma, per restare in regione, fino ad arrivare alla ‘lontana’ Puglia).

Sul fronte opposto al sindaco di Bologna si sono schierati con il comitato Articolo 33 numerosi personaggi pubblici, come Stefano Rodotà, Andrea Camilleri, Corrado Augias, Michele Serra, Francesco Guccini, Riccardo Scamarcio, Valeria Golino, Isabella Ferrari, Ivano Marescotti, soltanto per citarne alcuni, tutti uniti attorno al fronte del ‘basta soldi alle scuole private’. Convinti del dovere costituzionale di escludere “qualsiasi onere per lo Stato” si annoverano anche Sel, Movimento 5 Stelle e associazioni varie. “Guerra di religione, ideologizzata e strumentale” grida invece dallo schieramento opposto la composita schiera dei sostenitori del mantenimento contributivo, tra cui Pd, Pdl, Udc, Cisl e Cei (con il Cardinal Bagnasco alla testa del coro). Merola si è così trovato catapultato in una nuova campagna elettorale, la stessa che soltanto due anni fa aveva al fianco i profili di Pier Luigi Bersani, Romano Prodi e Vasco Errani, ossia di quella parte politica che allora sembrava prossima a ricoprire il vertice del governo venturo. Oggi, tra gli alleati più fedeli il sindaco Merola può vantare l’arcivescovo Carlo Caffarra, il Partito della libertà e la Lega Nord, fortemente impegnata nell’allestimento di gazebo tra le principali vie della città.

Il mix dei militanti pro-contributi risulta dunque più che singolare: oltre ai membri del Carroccio e agli attivisti del Pd, sono impegnati nell’opera di persuasione degli elettori che incita alla selezione della cosiddetta croce B, quella che prevede il mantenimento del sistema integrato tra pubblico e privato, anche impiegati delle Coop rosse, sacerdoti e suore. Tutti gli altri propendono invece per un fermo no al supporto comunale dell’educazione privata, che riportato sulla scheda elettorale si traduce nell’opzione A. Sel, principale alleato del Pd in giunta, costituisce il pilastro politico del fronte contrario al finanziamento, seguono i 5 stelle, con i due consiglieri comunali, Massimo Bugani e Marco Piazza, e poi soprattutto intellettuali e personalità della cosiddetta società civile; gli esponenti politici che sono allineati dalla parte del no, sembrano invece molti scarsi. Il muro contro il quale il sindaco di Bologna, la città simbolo del Pd che fu, rischia di scontarsi si trova tra due schieramenti rigorosamente opposti, con al centro un partito, appunto quello democratico, che rischia di cadere sotto la manna della divisione.


Il referendum infatti, essendo puramente consultivo, non apporterà alcuna ripercussione immediata e non è dunque certo che in caso di vittoria del comitato referendario, l’amministrazione debba obbligatoriamente invertire la rotta. I vendoliani, alleati d’oro delle giunta di Merola, per il momento hanno comunque garantito di non avere intenzione di far cadere il collegio e così rischiare un altro commissariamento dopo quello già provato con Anna Maria Cancellieri. La ‘focosa’ consultazione continua a far discutere e a frazionare ulteriormente le parti. Spiccano in tal senso i nomi di Romano Prodi e Francesco Guccini. Il maestrone di Pavana (così come viene chiamato in quel di Bologna) e il professore, da sempre vicini per ideologie e visioni politiche, si ritrovano oggi sui fronti opposti in tema di referendum. Ieri Guccini ha reso nota la sua posizione: “Entrare nella scuola pubblica è il primo passo di ogni individuo che voglia imparare l’alterità e la condivisione. Ed è il primo passo di ogni essere umano per diventare uomo, per diventare donna”. Prodi, da Addis Abeba, dove si trova impegnato per l’Onu, ha spiegato invece che il “referendum si doveva evitare perché apre in modo improprio un dibattito che va oltre i ristretti limiti del quesito. Il mio voto per i finanziamenti alla scuola privata è motivato da una ragione di buonsenso: perché bocciare un accordo che ha funzionato bene per tantissimi anni e che tutto sommato ha permesso con un modesto impiego di mezzi di ampliare il numero di bambini ammessi alla scuola d’infanzia ?”.

La presa di posizione di Prodi non cade come un fulmine a ciel sereno, nonostante il distacco epocale inaspritosi tra la sua figura ed il Partito democratico, quello del finanziamento alle scuole private è un provvedimento specificatamente varato dal rispettivo governo il 5 agosto 1997. Oltre a Prodi, di profili spendibili a suo favore il sindaco di Bologna ne può vantare ben pochi: Maurizio Lupi, Maurizio Gasparri, Stefano Zamagni, Giuliano Cazzola, Antonio Polito e pochi altri ancora. Di previsioni al momento non sembrano circolarne. Merola infatti dopo un lungo scontro con Vendola ha intrapreso la via del silenzio. Senza però rinunciare a lanciare le ultime invettive dalle colonne del supplemento Avvenire: “Il sistema integrato è nel mio programma e lo porterò avanti. –ammonisce Merola- La verità è che si usa questa consultazione come grimaldello per fare male al Pd”.


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