Riforma pensioni e smaltimento degli esodati, finché le ipotesi restano tali, tutto sembra alla portata. Ma quando i progetti di riforma si scontrano contro i numeri, e particolarmente in questi mesi difficili tanto per i privati quanto per le casse statali, allora la realizzabilità dei provvedimenti assume tutta un’altra fisionomia.

Negli ultimi giorni, si è tornato a parlare con insistenza su una possibile revisione del pacchetto previdenziale lanciato a fine 2011 dall’ex ministro del Welfare Elsa Fornero all’interno del decreto salva-Italia. Una riforma che ha cambiato radicalmente i requisiti di ritiro dal lavoro, con lo scopo mai sottaciuto di dare ossigeno alle casse statali già in apnea, promettendo un risparmio per svariati miliardi di euro fino al 2020. Ciò che, però, nella stesura della legge sul fine lavoro non era stato calcolato, si è presentato sotto forma della sterminata marea di prestanti opera esclusi dalla manovra, che si sono riversati in massa nel girone infernale degli esodati.

La Ragioneria di Stato, dopo mesi di incertezza, li ha quantificati in oltre 300mila unità, dando ragione alle prime stime dell’Inps, che contraddicevano quelle molto più ottimistiche del governo allora in carica. Una volta aperta, la falla ha provocato la fuoriuscita dai gangli del welfare di migliaia e migliaia di lavoratori, dalle situazioni contributive e di carriera radicalmente diverse, tra chi ha proseguito volontariamente il proprio rapporto e chi, invece, ha optato per un ritiro anticipato sia in seguito a accordi individuali o a stipule collettive con la supervisione sindacale.

In ogni caso, a un anno e mezzo dalla riforma Fornero il numero di esodati che le istituzioni hanno ufficialmente salvato ammonta a 130.130, ma i rendiconti delle pensioni effettivamente erogate non superano le 7.500 unità, in ragione di iter burocratici macchinosi tra approvazione dei decreti ad hoc, evasione delle pratiche e analisi delle istanze di richiesta di salvaguardia pervenute all’Inps.

Il traguardo, insomma, è ancora ben lontano, con quasi 200mila esodati ancora dispersi nel limbo tra lavoro e trattamento pensionistico. Di contro, i propositi del nuovo esecutivo guidato da Enrico Letta sono quelli di evitare, innanzitutto, il ripetersi di analoghe situazioni in futuro, riportando il maggior numero di lavoratori esclusi dentro le gabbie della previdenza statale.

Così, il neo ministro del Welfare Enrico Giovannini ha annunciato, nei giorni scorsi, la lo studio di una modifica importante all’impianto della legge Fornero, introducendo la facoltà di uscire dal lavoro con tempistiche anticipate, ma apportando degli incentivi per chi sceglie la strada opposta, rimanendo al proprio posto anche fino a 70 anni, il tutto potendo contare su un minimo di 35 anni di contributi. Così, si ragiona su un range anagrafico che passa dai 62 ai 70 anni, con penalizzazioni del 2% entro i 65, e bonus identici per chi invece decide di prolungare la propria permanenza.

C’è, però, qualche altro nodo da sciogliere: la riforma Fornero introduce, col passare degli anni, il criterio di adeguamento alla speranza di vita, che accresce il minimo di età per l’addio alla scrivania. Per l’anno in corso, il minimo per chiudere la propria carriera professionale arriva a 66 anni e 3 mesi. Un punto non di poco conto, che potrebbe portare alla riscrittura di buona parte delle bozze ora all’esame delle Commissioni parlamentari, sotto le firme dei promotori Cesare Damiano e Pierpaolo Baretta.

Come detto in precedenza, poi, c’è la questione di massima rilevanza della crescita record della spesa previdenziale. Questa, malgrado i risparmi garantiti dalla legge Fornero, infatti, rimane comunque destinata a crescere quasi incontrontrollata, pesando sulle spalle dei contribuenti  oltre i 255 miliardi di euro, per una proporzione di 16 punti percentuali sul prodotto interno lordo, fino all’escalation che la porterà, entro il 2020, a sfiorare i 300 miliardi di euro. Una soglia già superata in fatto di prestazioni dallo stesso Inps, il quale, per l’anno in corso, ha messo a bilancio entrate per 213.762 milioni, con un disavanzo generale di 10.721 milioni.

A fronte di queste cifre, insomma, di spazio per i sogni ne resta poco. Il governo ha promesso per le prossime settimane un piano per favorire l’ingresso nel mondo del lavoro dei giovani, la cui disoccupazione sfiora già il 40%. Naturalmente qualsiasi azione intrapresa troverà un equivalente contrappeso nelle misure per le uscite dal lavoro, favorendo così anche il turnover generazionale. Questo, almeno, dovrebbe essere il punto di partenza, ma con le finanze pubbliche quantomai disastrate, l’obiettivo minimo potrebbe diventare già di per sé un mezzo miracolo. A che prezzo, però, al momento non è dato sapere.

Vai allo speciale esodati di LeggiOggi

Vai allo speciale riforma pensioni di LeggiOggi

© RIPRODUZIONE RISERVATA


2 COMMENTI

  1. basta ritornare alla soglia dei 40 anni di contributi almeno c’è un pò di equità e molti giovani lavorerebbero . Chi è quello scemo secondo voi che prossimo alla pensione accetta di fare il par time per fare lavorare un giovane ,io penso siano in pochi ,perchè già si fanno salti mortali con un misero stipendio , lavorando tutto il giorno figuriamoci la vorando mezza giornata faccendo questa proposta il governo fallisce e per capirlo non ci vuole il diploma tutti a 40 anni di contributi e largo ai giovani che sul lavoro rendono di più di una persona che ormai già sfruttata per moltissimi anni .Ma questi politici ancora non lo capiscono fuori i vecchi dentro i giovani che ne hanno molto ripeto molto molto bisogno e che sono il nostro futuro

  2. Sono d’accordo, finalmente una buona notizia che possa creare le condizioni per l’impiego dei tantissimi giovani senza lavoro, compreso mio figlio.

SCRIVI UN COMMENTO

Please enter your comment!
Inserisci il tuo nome