Sentenza storica al tribunale di Varese, dove una blogger è stata condannata per diffamazione per via di alcuni commenti ritenuti offensivi pubblicati su blog e forum di cui era amministratrice. A emettere il giudizio, il gup Giuseppe Battaino, dopo la richiesta del ricorso al rito abbreviato.

La questione era sorta nel 2008, quando alcuni teenager veneti decisero di aprire un sito con tanto di forum di discussione su temi letterari dal nome “Writer’s dream”, su cui postare recensioni sui volumi pubblicati dalle case editrici e giudizi sugli scrittori emergenti.

Il portale nasceva come polo di attrazione per romanzieri alle prime armi che volessero sfoggiare le loro abilità di scrittura e magari attirare l’attenzione delle case editrici, sperando in una pubblicazione ufficiale delle proprie storie.

Tra i compiti del network, anche quello di presentare le case editrici agli aspiranti scrittori che si radunavano nel sito, fornendo delle vere e proprie recensioni riguardo il loro modo di operare sul mercato e nei confronti dei romanzieri assoldati.

In uno di questi casi, dunque, nei confronti di un editore sono stati scritti alcuni commenti che i destinatari hanno ritenuto lesivi della propria onorabilità, presentando denuncia alla procura di Varese, nella cui provincia era di fatto domiciliato. Tra i non lusinghieri epiteti rivolti nei confronti dell’azienda recensita, si potevano leggere giudizi al pari di “cloache editoriali”, “signori della truffa” o anche “mafiosi, strozzini”. I commenti in questione, però, non potevano essere attribuiti a personalità specifiche, poiché inviati sotto il nickname che celano dunque i responsabili materiali delle offese.

Trattandosi di contenuti liberamente accessibili, la parte civile ha pensato di raccogliere tutto in un compact-disc e di presentare, così, denuncia con tanto di prove a suffragio della testi diffamatoria, mettendo in evidenza che l’amministratrice si era oltretutto premurata di porre in risalto sulla pagina web che i commenti non fossero da ritenere di sua stessa responsabilità.

Teoria, questa, completamente ribaltata dal Tribunale varesino, che ha condannato la fondatrice del sito, anche in virtù di quei post e commenti inseriti nel forum da parte di soggetti terzi. Così si riassume la sentenza: “La disponibilità dell’amministrazione del sito Internet rende l’imputata responsabile di tutti i contenuti di esso accessibili dalla Rete, sia quelli inseriti da lei stessa, sia quelli inseriti da utenti;

Vai al testo integrale della sentenza

 


7 COMMENTI

  1. Ma non si puo’ criticare un’opera uno scritto un’autore? Anzicche’ condannare la censura si condanna la liberta’ di espressione ? Certo non si puo’ dire che i commentatori abbiano rispettato il politicamente corretto… ma che senso ha parlare di diffamazione su un mezzo interattivo privo di moderazione? Una replica dei diretti interessati sarebbe stata troppo democratica ? Internet e’ un mezzo orizzontale non verticale…dove si intavolano delle discussioni a cui si puo’ replicare…che senso ha parlare di diffamazione la dove si puo’ liberamente replicare? Forse dopotutto la politica della censura cinese iraniana non e’ poi cosi’ sgradita in Italia…a quanto pare…

  2. Sentenza più che giusta, per chi sa come stanno le cose. Chi non conosce gli eventi farebbe bene a tacere. Qui il “diritto di critica” e la “libertà di parola” non c’entrano niente. La condotta della blogger si è sempre contraddistinta per ingiuria, diffamazione, distorsione delle informazioni, istigazione al pubblico scherno, censura. Il tutto a scopo di lucro (il sito è divenuto una vera e propria agenzia letteraria con tanto di servizi di editing e rappresentanza presso editori). Ciliegina sulla torta, dunque, la concorrenza sleale, tanto più che le famose liste create da Writer’s Dream sono nate come “liste di editori che truffano”, a detta della stessa blogger, e nel 2009 sono state stilate dall’admin del sito, tale Carlotta Borasio di Las Vegas Edizioni. C’è bisogno di aggiungere altro? La sentenza è pure poco.

  3. Una sentenza che non andrà lontano. La Cassazione infatti la pensa così:

    Al direttore di un giornale telematico è inapplicabile la normativa di cui all’articolo 57 del Cp, che punisce la condotta colposa del non avere impedito che, tramite la pubblicazione, siano commessi reati.
    Corte di Cassazione, Sezione 5 Penale, Sentenza 1° ottobre 2010, n. 35511

    Non sono responsabili dei reati commessi in rete gli access providers, i service providers e – a fortiori — gli hosting providers, a meno che non fossero al corrente del contenuto criminoso del messaggio diramato (ma, in tal caso, essi devono rispondere a titolo di (incorso nel reato doloso e non ex art. 57 c.p.).
    Corte di Cassazione, Sezione 5 Penale, Sentenza 1° ottobre 2010, n. 35511

  4. Buongiorno a tutti, io son Mariulin.
    Intervengo in qualità di autore della casa editrice in questione.
    La sentenza è stata giusta; se si continua a consentire abusi nell’esercizio della libertà d’espressione in rete si rischia di offrire il pretesto per l’imposizione di norme più restrittive.

  5. Che vergogna ormai possiamo solo più competere con la Cina.
    Giustizia arcaica e lontana, come del resto la politica, dalla realtà.
    La neo-lingua approda anche nei tribunali, si spaccia la moderazione per censura.
    E’ chi è il depositario che decide cosa la debba essere la moderazione molto soggettibile a seconda del pensiero del momento?? E perchè non ribaltare la questione chiedendo l’onere di dimostrare il contrario a chi si sente offeso, poichè qualora fossero veri i post essi verrebbero “moderati” a prescindere anche nel caso corrispondano a verità??

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