E’ morto stamattina a Roma uno degli uomini simbolo della Repubblica italiana, per decenni fulcro della scena politica, in una carriera che iniziò nei primi anni dopo la II Guerra Mondiale e che non si è mai conclusa del tutto fino a oggi. Nessun uomo ha segnato per un arco di tempo così lungo la storia italiana: naturalmente, il personaggio in questione non può essere altri che Giulio Andreotti. Il senatore a vita è spirato questa mattina nella sua abitazione privata, a conclusione di un decorso molto lungo dopo il ricovero dei mesi scorsi che ne aveva già fatto trasparire la salute compromessa. I funerali – che non saranno di Stato – si svolgeranno domani pomeriggio a Roma.

Dopo alcuni incarichi nell’associazionismo universitario cattolico, negli anni della guerra civile in Italia, Andreotti prese parte, giovanissimo, all’Assemblea costituente. Fido collaboratore di Alcide De Gasperi, divenne già nel 1947 sottosegretario ala presidenza del Consiglio. Iniziò così, a 27 anni il percorso che lo portò a diventare il personaggio più controverso della politica italiana del Ventesimo secolo, che gli valse il nomignolo di Divo Giulio e lo portò ai lunghi processi per mafia che lo videro prescritto fino al 1980, e assolto in seguito. Nel corso dei decenni, a partire dal 1954, ricoprì più volte gli incarichi da ministro, con deleghe disparate fino alla fine degli anni ’80 – Difesa, Esteri, Finanze, Industria, Tesoro, Partecipazioni statali… – nel frattempo, divenne uno degli uomini più influenti all’interno della Democrazia cristiana, a capo di una corrente non ideologica ma personalistica, composta da uomini fedelissimi e disciplinati che però non riuscì mai a prendersi la segreteria del partito, pur trovandosi regolarmente al centro delle vicissitudini parlamentari e di governo.

Il debutto da presidente del Consiglio, per Andreotti arrivò nei difficili anni ’70, quando inanellò un lungo cammino di andata e ritorno da palazzo Chigi. Il primo mandato da Capo del governo per Andreotti arrivò nel 1972 e, successivamente, si rese protagonista di alcuni passaggi difficilissimi per l’avvenire del Paese, come il governo della non sfiducia del 1976, dopo l’esito elettorale incerto, o, ancora l’esecutivo di solidarietà nazionale a seguito del rapimento di Aldo Moro. Negli anni ’80, la figura di Andreotti non perse fulgore, mantenendo l’ormai emblematica centralità nel quadro politico, nei passaggi che dal Pentapartito portarono alla fase rinominata del CAF (Craxi-Anreotti-Forlani), fino all’avvento di Tangentopoli e del declino della figura del pluri-presidente del Consiglio. L’ultimo incarico, il settimo, da premier, ebbe termine nel 1992.

Di lì a poco, però, il Divo, mentre la classe politica veniva squassata dal ciclone delle mazzette, si trovò ad affrontare un processo per accuse ancor più gravi ed infamanti: associazione a delinquere in ambito mafioso, che finì prescritta fino al 1980 dopo una serie innumerevole di udienze e testimonianze. Secondo le informazioni fornite agli inquirenti da alcuni pentiti,  infatti, Andreotti non solo sarebbe stato affiliato a Cosa Nostra con giuramento rituale, uomo di fiducia dei clan dentro i palazzi romani, ma si sarebbe anche incontrato con il boss dei boss Totò Riina, circostanza per la verità mai pienamente provata, ma entrata nell’immaginario collettivo per via del supposto bacio che i due uomini, salutandosi, si scambiarono. La scena è stata ripresa nel film semi-biografico di Paolo Sorrentino “Il Divo”.

Tra le altre accuse incontrate nel suo infinito percorso di vita pubblica, significativo fu quello per l’omicidio del giornalista Mino Pecorelli, avvenuto a Roma il 20 marzo 1979. A parere della tesi di accusa, Andreotti fu uno dei mandanti dell’assassinio, a seguito delle scottanti inchieste che Pecorelli stava pubblicando sul conto della Dc, e dello stesso Andreotti. Nei tre gradi di giudizio, le sentenze subirono questa successione: assoluzione in primo grado, condanna a 24 anni in appello e assoluzione senza rinvio in Cassazione.

Negli ultimi anni, conclusi i processi più scottanti che lo vedevano implicato, ha ricoperto con regolarità di presenza l’incarico di senatore a vita – lo era divenuto nel 1991 – spostandosi sempre più ai margini della vita politica per via dell’età molto avanzata, senza risparmiare, però, di tanto in tanto qualche improvviso ritorno in scena. Accadde, ad esempio, nel 2006, quando, candidato dal centrodestra, per pochi voti non riuscì a soffiare la presidenza del Senato al favorito degli avversari, Franco Marini. Quindi, le sue apparizioni si sono fatte via via sempre più rare, alle sue classiche battute fulminanti le notizie sul suo conto avevano sostituito i bollettini medici, con tanto di ricoveri ospedalieri, fino alla morte di stamattina nella sua casa romana.

In chiusura, a riassumere il carattere e l’arguzia del personaggio, una delle sue tipiche frasi – presentata non certo con intenti assolutori – condite di ironia e una punta inconfondibile di veleno: “A parte le guerre puniche, perché ero troppo giovane, mi viene attribuito veramente tutto”.


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  1. Per essere un “Divo” non ne aveva certamente il fisico. Giulio Andreotti, come tutti gli uomini apparsi dal 1946 in poi, fu un mediocre o men che mediocre uomo politico che, tuttavia, in confronto agli attuali successori può apparire un gigante. Del resto, anche un batterio giganteggia di fronte ad un atomo. Se l’Italia oggi è ridotta come è ridotta ed è sgovernata da uomini come gli attuali, ciò avviene perché la china è cominciata dalla proclamazione della “repubblica” (di nome, non di fatto). Se la pendenza fino al 1968 / 73 consentì una certa capacità di resistenza e di ripresa delle condizioni generali italiane, dopo il 1973, con la crisi petrolifera, nessuno fu all’altezza della situazione e non si seppe fare altro che aumenti di imposte e di tariffe, seguiti poi da tagli, restrizioni e nuove imposte. Col crollo dell’URSS e il presunto trionfo del mondo capitalistico, l’Italia è caduta nelle zampe di sedicenti managers, ed eccoci ora all’agonìa finale, in un’atmosfera da tardo Impero Romano d’Occidente (secoli IV – V). Attila, Alarico, Genserico, Odoacre & Company sono ormai alle porte, ma provenienti stavolta dall’Africa, e non più dalle steppe sarmatiche e germaniche.

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