La Rivoluzione civile di Antonio Ingroia è già finita. Dopo la tutt’altro che esaltante esperienza elettorale, i partiti che hanno costituito il sodalizio con a capo il pm siciliano, hanno decretato lo scioglimento del soggetto politico.

Si chiude così un’esperienza breve e fallimentare, che aveva visto radunarsi sotto il simbolo di “Rivoluzione civile” alcune formazioni politiche ormai ai margini del quadro nazionale, tra cui Rifondazione comunista, i Verdi, l’Italia dei valori e i Comunisti italiani. A questi, si era accodato, in un primo momento, anche il Movimento arancione, il quale poi, dopo poche settimane, aveva preso le distanze dal progetto di Rivoluzione civile, contestando alcune scelte sulla composizione delle liste.

A stabilire il discioglimento del partito sono stati i segretari contraenti, nelle persone di Angelo Bonelli (Verdi), Luigi De Magistris (Movimento Arancione), Oliviero Diliberto (Pdci), Antonio Di Pietro (Idv), Paolo Ferrero (Prc) e Leoluca Orlando (Rete2018), assieme, naturalmente, all’ex leader e candidato premier Antonio Ingroia.

I segretari e il portabandiera di Rivoluzione civile hanno diramato una nota nella quale specificano come  “si è preso atto che le scelte strategiche future dei singoli soggetti sono incompatibili con la prosecuzione di un progetto politico comune, quanto meno nell’immediato. Resta intatta la stima reciproca tra tutte le forze che hanno dato vita a Rc e la volontà di mantenere comunque interlocuzioni finalizzate al profondo cambiamento politico, culturale e sociale dell’Italia”.

Dunque, retromarcia rispetto a quanto venne affermato dagli esponenti della lista all’indomani del deludente risultato alle elezioni di fine febbraio. Allora, infatti, nonostante le aspettative fossero ben più elevate, si rassicurò la base dichiarando che la Rivoluzione civile era appena iniziata.

Rivoluzione civile, come si ricorderà, è rimasta completamente a secco di eletti all’ultima tornata, raccogliendo un misero 2,25% alla Camera e addirittura 1,7% al Senato, numeri lontanissimi dalle soglie di sbarramento fissate dal Porcellum. Quindi, a rendere ancor più turbolenta la fase post elettorale, anche il trasferimento di Ingroia ad Aosta, l’unica circoscrizione, cioè, dove non aveva presentato la propria candidatura, con tutto il dibattito che ne è seguito tra Csm, Regione Sicilia e, da ultimo, anche il Tar.

Ora, dunque, resta da capire il riposizionamento che coinvolgerà le sigle principali della lista, in particolare Rifondazione comunista, i Veri e anche il Movimento Arancione.

Indiziato principale, per accogliere gli ex avversari, è proprio quel Nichi Vendola che, successivamente alla rielezione di Giorgio Napolitano al Quirinale non ha perso tempo ad annunciare l’apertura di un nuovo – ennesimo – “cantiere della sinistra”, naturalmente aperto a chiunque intenda prendervi parte.

Ora, resta da capire se la nuova fabbrica della gauche nostrana finirà escluisivamente per assemblare personaggi stanchi e a capo di formazioni e simboli ormai invisi all’opinione pubblica. In tal caso, sarebbe la creazione di un altro vascello destinato irrimediabilmente a schiantarsi in cabina elettorale. Qui, allora, i veri rifondatori dovranno prestare attenzione se tendere la mano a segretari ormai stabilmente fuori dalle aule parlamentari, o se, davvero, innovare di facce e contenuti la disastrata area della sinistra italiana.

Tutto ciò, presumibilmente, resterà congelato fino al Congresso del Partito democratico. Se dalla resa dei conti il Pd uscisse irrimediabilmente spaccato, la componente più progressista potrebbe optare per la scissione e trovarsi a guidare la ricostruzione della sinistra italiana, la quale, comunque, si preannuncia come una lunga e dolorosa traversata.

 


SCRIVI UN COMMENTO

Please enter your comment!
Please enter your name here