Dovevano scomparire o, quanto meno, essere fortemente ridotte nel numero e negli apparati ed invece sono ancora lì al loro posto. Stiamo parlando delle province italiane quelle che nel 2011 mediante il decreto Salva Italia del Governo Monti avrebbero dovuto perdere la maggior parte delle proprie funzioni e sarebbero dovute essere ridotte ad enti non più elettivi e gestiti al massimo da 10 consiglieri nominati dai Comuni.

Questa era la premessa su cui si fondava l’obiettivo di ridurre sensibilmente i costi della politica, tuttavia il provvedimento si è arenato a causa del rischio di un imminente ricorso da parte della Consulta. Ci aveva pensato allora il ministro della Funzione pubblica, Patroni Griffi, ad aggirare la questione; infatti aveva proposto che non fossero eliminate ma semplicemente fortemente ridotte nel numero e che in ogni caso perdessero l’eleggibilità da parte dei cittadini.

Anche questo disegno però viene cestinato in Parlamento dal Partito delle Province, dunque al Governo tecnico non resta che tornare al decreto “Salva Italia”.  Quindi allo stato attuale delle cose sarebbe sufficiente riprendere in mano quel procedimento che si era già tentato di portare avanti, approvando la legge sui nuovi criteri di nomina dei consigli (anch’essa ferma in Parlamento) e fissando lo spostamento delle funzioni a Comuni e Regioni, e la riforma delle province sarebbe praticamente in porto.

La questione è sicuramente complessa e delicata, ma una volta che le province vengono ridotte a vere e proprie scatole vuote sarebbe semplice avviarne l’annullamento. Questo ragionamento però è più semplice sulla carta che nella pratica dal momento che rimane il problema rappresentato dal ricorso alla Consulta che rimane ancora ben presente nonostante la volontà di Patroni Griffi di ridimensionarlo per rendere possibile il taglio dei costi.

Ad ogni modo prima di giugno – luglio per il nuovo esecutivo sarà praticamente impossibile prendere in considerazione la problematica, se poi le norme del “Salva Italia” verranno respinte, come sperano le province, sarà inevitabile affrontare il lungo e rischioso percorso di una legge costituzionale. Nel frattempo, nonostante attualmente la legge sia in vigore, nelle province la vita scorre regolare; non più tardi di dieci giorni fa è stato rinnovato dagli elettori il consiglio provinciale di Udine.

Dovrebbe essere più lineare invece la riforma del finanziamento dei partiti, ovviamente anche qui duole specificare che è più semplice sulla carta. Sicuramente la spinta dell’opinione pubblica aiuta e le promesse che sono state scucite ai politici trovano consensi unanimi, ma finché rimangono solo parole è semplice visto che in ballo c’è proprio la sopravvivenza degli stessi apparati. Del resto basti pensare che già la legge elettorale approvata a luglio 2012, sull’onda dell’indignazione popolare, che ha decurtato del 50% i rimborsi elettorali e ora dovrebbe essere abrogata, aveva suscitato non poche resistenze.

Alcuni politici hanno problemi non indifferenti avendo scontato presso le banche contributi poi non riscossi per il taglio imposto la scorsa estate; per il Pdl, Berlusconi ha assicurato l’abolizione del finanziamento pubblico, ad esempio si tratta di un sacrificio da 20 milioni, altri come il Pd, invece, hanno strutture monumentali e dunque costose e per questo il taglio inciderebbe in modo nettamente più sensibile.

Non è chiaro come andrà a finire questa situazione di tensione, quel che è facile supporre è che molti punteranno a superare la data del 31 luglio, ossia il giorno della scadenza della sospirata prima tranche di rimborsi. Nei cassetti della Camera, tra l’altro, ci sarebbe ancora una proposta di legge arenata, che ha avuto la stessa sorte del taglio delle province; l’attuazione dell‘articolo 49 della Costituzione sull’organizzazione e la forma giuridica dei partiti cui ha fatto riferimento Letta.

Intanto almeno un segnale è stato dato, l’abolizione dello stipendio dei ministri, ma è anche vero che è l’unico provvedimento che Letta può mettere in atto immediatamente e sarebbe un provvedimento che comporterebbe un risparmio di circa 3 milioni. La speranza e che un Parlamento rinnovato, grazie alla presenza del M5S possa riuscire laddove invece gli esecutivi precedenti hanno fallito o hanno preferito fallire.

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