Il discorso di insediamento del Presidente della Repubblica rieletto segna una linea di demarcazione netta rispetto all’assetto costituzionale.

Mai nella nostra democrazia parlamentare poteva concepirsi un intervento del Presidente della Repubblica dinnanzi al Parlamento in seduta comune così sferzante nei confronti delle forze politiche come avvenuto.

“Negli ultimi anni, a esigenze fondate e domande pressanti di riforma delle istituzioni e di rinnovamento della politica e dei partiti – che si sono intrecciate con un’acuta crisi finanziaria, con una pesante recessione, con un crescente malessere sociale – non si sono date soluzioni soddisfacenti : hanno finito per prevalere contrapposizioni, lentezze, esitazioni circa le scelte da compiere, calcoli di convenienza, tatticismi e strumentalismi. Ecco che cosa ha condannato alla sterilità o ad esiti minimalistici i confronti tra le forze politiche e i dibattiti in Parlamento. (…) Molto si potrebbe aggiungere, ma mi fermo qui, perché su quei temi specifici ho speso tutti i possibili sforzi di persuasione, vanificati dalla sordità di forze politiche che pure mi hanno ora chiamato ad assumere un ulteriore carico di responsabilità per far uscire le istituzioni da uno stallo fatale. Ma ho il dovere di essere franco : se mi troverò di nuovo dinanzi a sordità come quelle contro cui ho cozzato nel passato, non esiterò a trarne le conseguenze dinanzi al paese”.

Viene affermato un ruolo forte e prevalente del Presidente:  “Sulla base dei risultati elettorali – di cui non si può non prendere atto, piacciano oppur no – non c’è partito o coalizione (omogenea o presunta tale) che abbia chiesto voti per governare e ne abbia avuti a sufficienza per poterlo fare con le sole sue forze. Qualunque prospettiva si sia presentata agli elettori, o qualunque patto – se si preferisce questa espressione – si sia stretto con i propri elettori, non si possono non fare i conti con i risultati complessivi delle elezioni. Essi indicano tassativamente la necessità di intese tra forze diverse per far nascere e per far vivere un governo oggi in Italia (…). Il fatto che in Italia si sia diffusa una sorta di orrore per ogni ipotesi di intese, alleanze, mediazioni, convergenze tra forze politiche diverse, è segno di una regressione, di un diffondersi dell’idea che si possa fare politica senza conoscere o riconoscere le complesse problematiche del governare la cosa pubblica e le implicazioni che ne discendono in termini, appunto, di mediazioni, intese, alleanze politiche. O forse tutto  questo è più concretamente il riflesso di un paio di decenni di contrapposizione – fino allo smarrimento dell’idea stessa di convivenza civile – come non mai faziosa e aggressiva, di totale incomunicabilità tra schieramenti politici concorrenti”.

Da rappresentante dell’unità nazionale, il Presidente della Repubblica diventa attore e motore dell’azione politica di governo, tracciando con chiarezza scenari, alleanze, linee generali di azione di governo.

Già con la nomina dei “saggi” il Presidente, prima della rielezione, aveva dato vita ad una piattaforma programmatica che avrebbe dovuto ispirare l’azione del futuro Governo.

Oggi, forte della rielezione e della pienezza di poteri e funzioni costituzionali, il Presidente va oltre e traccia la strada delle “grandi intese” come unica percorribile per salvare la legislatura.

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L’incarico di formare il nuovo Governo attribuito al vice segretario del Partito Democratico è un altro aspetto che merita qualche riflessione.

Innanzitutto si tratta di un incarico pieno a differenza di quello conferito al segretario del PD Bersani.

In quella occasione – era il 20 marzo – il Presidente dichiarava:      “Ho conferito – in continuità con eloquenti, appropriati e non lontani precedenti – all’on. Pierluigi Bersani l’incarico di verificare l’esistenza di un sostegno parlamentare certo, tale da consentire la formazione di un governo che ai sensi del 1° comma dell’art. 94 della Costituzione abbia la fiducia delle due Camere. Egli mi riferirà, sull’esito della verifica compiuta, appena possibile”.

Elemento chiaro della crisi dei partiti.

Al leader della coalizione, peraltro individuato anche a seguito della consultazione democratica delle primarie, non viene conferito l’incarico di formare il Governo, adesso attribuito al suo vice.

Ma soprattutto viene da chiedersi perché la direzione del partito consente adesso al vice segretario di realizzare ciò – un governo politico con il PDL – che non ha permesso di fare al suo segretario.

Misteri della politica.

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Sarà un governo di servizio al Paese” le prime parole del Presidente del Consiglio incaricato.

Forse i precedenti Governi non lo sono stati?

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Le autonomie locali

Il Presidente della Repubblica, nel discorso di insediamento, rivolgendosi ai delegati delle Regioni ha affermato: “Istituzioni che ascolto e rispetto, Signori delegati delle Regioni, in quanto portatrici di una visione non accentratrice dello Stato, già presente nel Risorgimento e da perseguire finalmente con serietà e coerenza”.

La Relazione Finale del Gruppo dei saggi sulle riforme istituzionali contiene importanti indicazioni.

Si propone – si legge nella relazione – , attraverso fonti normative appropriate, di:

a)      definire le adeguate dimensioni demografiche per l’esercizio delle funzioni degli Enti Locali;

b)      rafforzare i poteri sostitutivi dello Stato nei confronti di Regioni ed Enti Locali che si trovino in condizioni di grave disavanzo finanziario;

c)      vietare interventi statali a ripiano del deficit degli Enti territoriali, che non siano accompagnati da forme di commissariamento statale;

d)      prevedere un sistema di finanziamento degli Enti territoriali in grado di favorire la responsabilizzazione sulla spesa, anche per mezzo del Senato delle Regioni;

e)      includere nel terzo comma dell’art. 117 materie che hanno un carattere effettivamente condiviso come l’ambiente e i beni culturali, ferma la tutela minima assicurata dallo Stato;

f)       rivedere il secondo comma del’art. 119 Cost. per ridefinire il “fondo perequativo” come “fondo di trasferimento perequativo”, al fine di evitare un eccesso di compartecipazioni, facendo così chiarezza sulle fonti della perequazione;

g)      approvare la Carta delle Autonomie per la specificazione delle funzioni amministrative degli enti locali e prevedere la drastica semplificazione dei livelli intermedi di amministrazione tra Regione e Comune;

h)      assegnare a ciascun livello di governo imposte proprie;

i)        determinare le capacità fiscali standard di ogni ente, opera che a differenza di quella relativa ai costi e fabbisogni standard non è mai cominciato;

j)        ricomprendere le Regioni a Statuto Speciale nella nuova architettura finanziaria, rilanciando le ragioni della specialità nel quadro della finanza pubblica nazionale ed europea;

k)      rivisitare il patto di stabilità interno e la legge rafforzata di bilancio, per consentire forme di flessibilità anche a livello regionale.

Eppure, ancora una volta, alla ricerca del facile consenso, si insiste, nelle fasi iniziali di formazione del Governo, nel proporre sempre e soltanto la soppressione delle Province.

C’è addirittura chi si indigna – come ha fatto Sergio Rizzo sul Corriere della Sera del 24 aprile – perché i cittadini della Provincia di Udine sono stati chiamati ad eleggere democraticamente il Presidente della Provincia e il Consiglio Provinciale.

Adesso anche la rappresentanza democratica è un male ed un costo da eliminare!

Si riuscirà finalmente ad affrontare il tema della riforma delle istituzioni, in modo organico ed approfondito, senza slogan?

Una riforma organica deve puntare alla semplificazione reale e alla modernizzazione del nostro sistema attraverso una coerente individuazione delle funzioni fondamentali dei Comuni, delle Province e delle Regioni e un profondo ripensamento dell’adeguatezza dimensionale di ogni livello di governo affinché le istituzioni territoriali possano esercitare effettivamente le loro funzioni in autonomia e responsabilità ed eliminando davvero strutture, organismi ed enti non rappresentativi che appesantiscono il sistema, determinano i veri costi occulti della politica e allontanano i cittadini dalle Istituzioni.

Una vera riforma, di cui ha bisogno il nostro Paese, deve partire dalle competenze e dall’intera struttura organizzativa del nostro ordinamento, dal superamento del bicameralismo perfetto, al sistema elettorale, alle autonomie.

Bisogna delimitare gli spazi d’azione della Pubblica Amministrazione, semplificare e disboscare tutti quegli ambiti di intervento nei quali non ha senso né utilità l’intervento pubblico come oggi esistente, che può rappresentare soltanto un appesantimento di procedure e costi senza benefici. Quindi va individuato l’ambito territoriale ottimale e il livello di governo migliore per l’esercizio delle funzioni, individuando con chiarezza ed univocità chi fa cosa, per chiarezza, semplificazione ed individuazione certa delle responsabilità.

Sono  da eliminare gli enti di 2° grado (consorzi, società, agenzie, ato…) in eccesso, che sono fuori dal controllo dei cittadini ed aumentano i costi anziché ridurli. Enti, che in caso di soppressione delle Province, si moltiplicherebbero, con buona pace degli inviti al risparmio.

In questo periodo storico drammatico, nel quale si susseguono notizie allarmanti che derivano dalla crisi economica ed occupazionale, che portano alla disperazione e a gesti estremi, i cittadini devono poter sentire al loro fianco le Istituzioni, che devono avere la capacità di dare risposte autorevoli e concrete.

Al contrario, anni di inutile, sterile e dannosa propaganda contro le Istituzioni e contro i dipendenti pubblici, sollevata ad arte per perseguire un immediato consenso politico o mediatico, ha contribuito ad esacerbare gli animi, ad allontanare i cittadini ed alimentare la rabbia. Se tale propaganda è condita con ipotesi di cancellazione o soppressione di enti definiti inutili, non suffragate da alcuna seria analisi, l’esito nefasto è inevitabile.

Dunque non si tratta di difendere l’attuale assetto costituzionale che, al contrario, va riformato e riorganizzato in termini di efficienza ed economicità, senza scelte demagogiche e di facile consenso ma che mostreranno a breve tutte le enormi criticità che, se non preventivamente analizzate e gestite, tradurranno una riforma attesa in un grave danno per i servizi per i cittadini e per le risorse pubbliche.

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