Suicidio politico o abile mossa da stratega? Difficile decifrare le ragioni che abbiano portato Pier Luigi Bersani a sostenere fermamente, anche se per poche ore, la candidatura al Quirinale di Franco Marini. Dopo la sonora bocciatura del primo scrutinio, infatti, dove l’ex presidente del Senato ha mancato il quorum di 150 voti, il Pd ha confermato che voterà scheda bianca alla seconda chiama. Ma tutto ciò potrebbe essere parte di una strategia più ampia, che porterebbe al Colle il vero, unico candidato del Pd: Romano Prodi.

Fantascienza? Forse, ma resta il fatto che, nella prima rosa di nomi presentati alle opposizioni – Marini, D’Alema o Mattarella – quello del Professore emiliano non è stato avanzato. E questo potrebbe essere già un primo segnale a favore, in vista della quarta votazione, quando basteranno 504 voti – cioé il 50%+1 – a eleggere il futuro Capo dello Stato.

Fino ad allora, difficile che si arrivi a una soluzione ampia, visti i numeri usciti dal primo spoglio, con il Pd letteralmente vittima di un ammutinamento interno, abbandonato anche da Sel che ha virato sul candidato di Grillo Stefano Rodotà. Senza contare, poi, le contestazioni, le tessere bruciate, le polemiche che hanno attorniato la meteora quirinalizia Franco Marini.

Perché, infatti, il nome di Prodi viene sottaciuto in queste ore? Se non fosse in lizza, probabilmente, sarebbe stato escluso. Invece niente, silenzio tombale: forse per preservarne la corsa presidenziale al momento opportuno? Chissà. Intanto, esistono ottimi motivi per cui il Pd e Bersani avrebbero interesse a non votare gli altri candidati. Vediamo quali.

Perché non Marini. Ormai, l’ex presidente del Senato è bruciato, affumicato, sull’altare delle larghe intese che, a questo punto, potrebbero anche non esserci. La sua candidatura sembra definitivamente tramontata, senza spazi per ripensamenti dell’ultima ora. Abbandonato da Renzi e Vendola in prima battuta, poi da un esercito di franchi tiratori, ora la linea ufficiale del Pd è quella della riflessione, e cioè: cambiare cavallo.

Perché non D’Alema. Sostituire Franco Marini con Massimo D’Alema sarebbe un po’ come sostituire un attaccante che non tocca palla con un terzino di contenimento. Insomma, effetto probabilmente simile: ben visto dal centrodestra, D’Alema potrebbe incontrare una serie di resistenze interne, non ultima quella di Renzi. Virtualmente, alla quarta chiama D’Alema potrebbe anche farcela, ma il Pd si troverebbe contro tutta la propria opinione pubblica, già indispettita per la puntata su Marini. E visto il clima, per Bersani non è proprio aria.

Perché non Rodotà. Qui, sicuramente, siamo sul concorrente vero di Romano Prodi, l’unico che fin dal primo scrutinio è riuscito a raccogliere una base di consenso amplissima anche in piazza, tra manifestanti a proprio favore e voti dichiarati tra i dem dissidenti. Sicuramente, nel centrosinistra Rodotà è più che ben visto, resta da vedere il suo apprezzamento oltre la cortina di ferro di Mario Monti, il quale potrebbe già storcere il naso. L’area cattolica che da Scelta civica va fino al Pdl, infatti, difficilmente arriverebbe a votare Rodotà, viste le sue battaglie pro eutanasia, a favore dei matrimoni tra omosessuali e contro il bavaglio alle intercettazioni. Insomma, ottimo per sinistra e Grillo, molto meno per il centrodestra e la componente cattolica più intransigente.

Perché non Emma Bonino. La leader radicale è il vero outsider delle prossime votazioni, ma il suo nome potrebbe non incontrare un plauso unanime tanto nel centrosinistra quanto nel MoVimento 5 Stelle. Un po’ per le sue posizioni liberiste, o per aver sostenuto alcuni interventi militari in passato, rende improbabile che Vendola decida di far convergere su di lei i propri voti, ad esempio. Allo stesso modo, la sua posizione smaccatamente laica non attira certo le simpatie dei moderati cattolici trasversali a tutti gli schieramenti.

Perché Romano Prodi. A questo punto, Bersani potrebbe tornare da Berlusconi con un aut-aut: “O Rodotà o Romano Prodi”. Paradosso dei paradossi, Silvio Berlusconi potrebbe anche convincersi a votare per il nemico giurato di più battaglie elettorali. Prodi è un cattolico maturo, ex Dc, sotto i cui governi la legge sul conflitto d’interessi non è stata fatta e le aziende del Biscione hanno continuato a prosperare. Dunque, più che il filosofo del diritto, Berlusconi potrebbe convincersi a votare – magari non al completo e con il sicuro niet della Lega nord – Romano Prodi presidente della Repubblica, eletto magari al quarto scrutinio con oltre 600 voti tra Pd, Sel, Scelta civica, parte del Pdl e parte anche dei 5 Stelle. Del resto, Beppe Grillo nei giorni scorsi non ha perso occasione di ribadire: “Io contro l’euro? Niente di più falso, noi siamo per il referendum”. E visti i trascorsi di Prodi, suona tutt’altro che da bocciatura.

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